Liberi e libere… dall’astenia

Liberi e libere con Gesù
Come la donna ricurva
viene liberata dai pesi che la incatenavano, anche noi riceviamo dal Cristo liberazione
e speranza. La nostra vita, che è un dono meraviglioso, riceve un nuovo
orientamento
Gianni Genre
Mi rivolgo a te, sorella e fratello, per
dirti subito che qui c’è una parola per qualcuno, anche se forse non per tutti,
non per chiunque. La parola del Cristo che ci viene messa sotto gli occhi oggi
è una parola per chi, come la donna del nostro racconto, avverte da tempo di
essere curvata dai pesi, molteplici, della vita.
Mi rivolgo a due categorie di possibili
ascoltatori. Alle nostre chiese, anzitutto, a chi le rappresenta in questo
Sinodo e a chi le frequenta e vi lavora, a tutti i livelli. Chiese che, per
quanto io le conosca un poco, mi appaiono spesso piegate per molteplici
ragioni
(peraltro, non mi pare che siano le sole a vivere questa condizione
nella nostra vecchia Europa). La mia impressione è che vi sia spesso un
sentimento dominante di stanchezza, di disincanto, di difficoltà di relazione,
di mancanza di visione e di fantasia.
E poi la parola di oggi è indirizzata a
te, sorella e fratello in umanità, qualunque siano le tue appartenenze, se
semplicemente hai lo sguardo rivolto verso il basso. Conosco quella tua
condizione.
Mettendomi davanti a questo testo, ho
pensato subito alle tante persone che nella mia memoria hanno un volto e un
nome, che si sentono condannate dalla vita, dai lutti o dalle ferite che non
cicatrizzano, dall’irrilevanza, dalla solitudine, dal senso di colpa e di
fallimento, dalla fatica quotidiana senza riscontri positivi, sempre o quasi a
capo chino… persone credenti e non credenti che mi sono care e mantengono per
anni, a volte per sempre, quella postura.
Veniamo al testo, ad un primo dettaglio sulla condizione della donna del
racconto.
La nostra traduzione dice che «uno spirito la rendeva inferma»; in realtà
il testo greco dice che la rendeva «debole», «priva di forza». L’
astenia (questo è il termine
usato) non è la debolezza fisiologica, ma è presente anche in condizioni di
riposo, può essere di origine muscolare, nervosa, psichica. Può portare alla
paralisi progressiva. È segnata da un lasciarsi andare, che aumenta in modo
pericoloso
. Una debolezza che impedisce persino di gridare a Gesù, di
fargli segno,
come avviene invece in molti altri
racconti di miracolo.
La passività assoluta, una condizione
dalla quale non si spera neppure più di potere uscire. La sensazione anzitutto
interiore che non si riuscirà più a rialzare la testa e che questo sia il tuo,
il mio e il nostro destino. E che non ce ne possano essere altri.
Per una chiesa, ma anche per una
persona, non c’è pericolo più grande: il pericolo che non ce la farai più a
vivere in modo pieno, a sorridere, ad amare e ad essere amato.
Il secondo dettaglio: Gesù ci dice che la donna non era soltanto resa curva
dalla sua astenia,
ma era legata, incurvata, in quella spaventosa posizione, da Satana.
Gesù parla senza peli sulla lingua. È
evidente che al tempo di Gesù non si distingueva
tanto fra il fisico e lo psichico, ma piuttosto
fra il fisico e il demoniaco. Ebbene, io credo che la dimensione del demoniaco,
per comprendere qualcosa del nostro tempo, vada rivalutata. Guarda alla Brexit:
mi sembra demoniaco che a decidere il futuro della Gran Bretagna e, in parte
dell’Europa, non siano state le giovani
generazioni, ma gli anziani, pieni di paure, gli
unici che hanno un futuro garantito. Mi
pare demoniaco che i sodalizi corruttivi continuino ad inquinare il nostro
Paese, come se niente fosse, giorno dopo giorno…
E ancora: il 14 luglio scorso mi trovavo
a Nizza ed ho seguito da vicino, mio malgrado, la terribile carneficina sulla
sua rinomata
Promenade. Ebbene, malgrado
tutte le possibili analisi che ho ascoltato e letto, qualcosa mi sfugge nel
comportamento di chi viene trasformato in un grumo di pulsioni di morte che
vorrebbe assumere, nella follia jahadista, la veste della redenzione personale
se non addirittura della salvezza collettiva.
Ma non si tratta solo di questi eventi,
ai quali si reagisce, purtroppo, con la paura che produce altro sospetto, altra
diffidenza, altro odio. No, si tratta anche delle piccole cose che non riesci a
comprendere dentro di te e nelle relazioni che vivi, a volte anche all’interno
delle chiese. Non ti senti solo piegato, curvato, impossibilitato ad alzare lo sguardo,
ma sei anche legato, come se una fune che non riesci a spezzare ti tenesse
incatenato verso il suolo. È questa l’opera del
diavolo, che
purtroppo gode di buona salute e si nasconde nelle pieghe della tua vita quotidiana.
Vuole appunto portarti a credere che il tuo orizzonte finisce dove il tuo sguardo
arriva, che non c’è possibilità di riscatto e di futuro, che Dio si è
definitivamente eclissato, che devi vivere senza di Lui e senza speranza.
Anche le nostre piccole chiese in Italia, meravigliose nella loro
ostinazione a resistere,
sembrano spesso ricurve, per debolezza. L’immagine che
riusciamo a dare della nostra realtà in Italia e all’estero è un’immagine
interessante, anche attraverso l’articolazione della nostra diaconia e del
nostro impegno (è anche per questo che molti Italiani ci danno il proprio otto
per mille), ma che corre il pericolo di camuffare la nostra «astenia».
Ci dà l’illusione di essere un poco forti (questa è la peggiore delle debolezze!)
dimenticando che la nostra testimonianza dipende esclusivamente dalla Parola
di Dio
. Al di fuori o aldilà del servizio che dobbiamo rendere a quella
Parola e – solo attraverso di essa – al nostro prossimo più in difficoltà, non
abbiamo futuro.
Ecco però che nel nostro racconto Gesù chiama
la donna curva, nel nostro racconto. È lo sguardo di Gesù che provoca l’evento.
La donna non chiede nulla, come abbiamo visto. Questo è l’Evangelo, la «Buona
Notizia» del nostro testo.
Sono e sei qui perché sappiamo che Gesù
si rende conto della nostra condizione
, quand’anche non avessimo più la
forza per chiedergli alcunché. Gesù taglia la corda che tiene la donna
incatenata verso terra, in un colpo solo, con la parola e con l’imposizione
delle mani.
Adesso la donna condannata ad essere curva
non è più piegata e non è più legata. Il sabato, per Cristo, è il giorno della
libertà, in cui la libertà si afferma e si vive. Una libertà che porta con sé
una grande urgenza, che non si può rimandare a domani. La posizione della donna
ritorna ad essere eretta, quella che permette, il discernimento.
Cioè la facoltà di formulare un giudizio
o di scegliere un determinato comportamento, in
conformità con le esigenze della
situazione.
Gesù parla e tocca la donna,
ristabilisce un contatto con la donna alienata due volte:
come donna e come malata, come
portatrice di handicap. Una liberazione straordinaria,
totale, davvero la fine della religione,
se «religio» significa «legare». La fine della religione che troppo spesso
sacralizza l’ordine sociale, oggi più di ieri…
Con Gesù, sei sciolto, non legato, sei
libero, sei libera. Tutti e tutte sono adesso figli e figlie di
Abramo. Gesù, con una sola espressione, desacralizza
ogni frontiera, anche quella fra
gli uomini e le donne. La liberazione, o
è intera, o non è liberazione.
Concludo. Siamo qui per chiedere al Cristo di restituirci la dignità di persone
libere, la
capacità di discernimento e la gioia di
chi re-impara a glorificare Dio. Cercheremo di
farlo anche in questo sinodo. Ma a te
voglio dire che oggi Cristo ti chiama, anche se ti sembra di non avere più la
forza per credere che la tua situazione possa cambiare. È Lui a fare tutto, è
Lui a tagliare i legami delle tue alienazioni. Gesù vuole che tu sia slegato,
guarito, liberato.
La tua vita ha di nuovo un orientamento e,
malgrado tutte le reali difficoltà che puoi avere vissuto e forse stai ancora
vivendo, sappi che la vita è un dono, uno splendore, da godere immeritatamente
e consapevolmente. Per questo, per il carattere di dono della vita, la gioia è
possibile. Così possa essere per te, sorella e fratello.
Nel pieno delle tue domande e nel
dubbio, il tuo Redentore ti apre allo stupore.
Allo stupore di chi riscopre che la vita
è bella. Così sia.
A proposito di astenia

Fulvio Ferrario
Nella predicazione
inaugurale del Sinodo, il past. Gianni Genre, per descrivere l’attuale
situazione di difficoltà delle Chiese valdesi e metodiste, ha utilizzato la
nozione biblica (Lc. 13, 12, in greco Lc 13:12 Gesù, vedutala, la chiamò a sé e
le disse: «Donna, tu sei liberata dalla
tua infermità
».) di «astenia»: una patologia che, nel racconto evangelico, deforma
il corpo, inibendone radicalmente l’efficienza.
Un anno fa, Paolo Ricca aveva parlato di «torpore»; ancora prima,
il Sinodo stesso aveva cercato di tematizzare il problema utilizzando la
nozione di «crisi». I sintomi sono molteplici: il calo numerico costituisce
l’indicatore statistico più vistoso; esso porta con sé l’acutizzarsi delle
difficoltà finanziarie, l’assottigliarsi delle attività in molte chiese locali,
la difficoltà nel reclutamento dei quadri. Il sermone del past. Genre ha
riproposto la drammaticità della situazione, ma ha anche riattivato, per
contrasto, la tendenza di ampi settori delle nostre chiese a mettere in
opera meccanismi di rimozione
. Ne vedo circolare, ormai da decenni,
essenzialmente tre.
Il primo è il più
semplice: il problema non esiste.
Le analisi preoccupate vengono liquidate come «pessimismo», mentre
la fede, si sa, chiama all’«ottimismo». Insistere sui numeri è sbagliato, lo
sapeva già Israele. Chi, come Genre, rileva l’«astenia», demoralizza le truppe.
Siamo pochi, ma siamo buoni; anzi, forse siamo pochi proprio
perché buoni,
talmente buoni da fare selezione, come i reparti speciali delle forze armate.
Quando si parlava di «crisi», qualcuno è giunto a dire che essere in «crisi»
è bello e giusto, perché la parola, in greco, vuol dire giudizio e la chiesa è,
per sua natura, sotto il giudizio di Dio.
Questa strategia di rimozione è la più efficace perché la negazione
dell’evidenza resiste
a ogni argomentazione.
Il secondo modello
argomentativo rileva che, in Europa, tutte le chiese sono nei guai:
anzi, per alcuni aspetti c’è persino chi lo è
più di noi. Ritengo che ciò sia vero. Mi sfugge, tuttavia, perché e in che
senso la notizia di una catastrofe generale dovrebbe consolarci. In ogni caso
occorre rilevare alcune grandi differenze, a esempio che la chiesa cattolica
resiste
meno peggio di quelle evangeliche storiche, a parte il tracollo nel
reclutamento del clero, dovuto a ragioni evidenti. Se, poi, per una grande
chiesa di popolo la crisi significa drastica ridefinizione del proprio assetto,
per una piccola chiesa di minoranza esiste il concreto rischio della
sparizione
. Naturalmente si può sempre affermare, non senza ragione, che ciò
che conta è che Cristo sia predicato e non che le nostre chiese sopravvivano.
Non vorrei, tuttavia, rassegnarmi troppo presto a quest’ultimo scenario e non
sono sicuro che il «mal comune, mezzo gaudio» ci aiuti.
La terza strategia di
rimozione è sociologicamente raffinata e molto postmoderna.
In una società «liquida», si dice, i
vecchi modelli di appartenenza non funzionano più
. È vero, basta guardare,
per fare un solo esempio, la storia recente dei partiti politici. L’analisi continua,
di solito, con la citazione di una famosa sociologa della religione, Grace
Davie, che parla di «credere senza appartenere» (
believing without belonging). Ciò che i pessimisti chiamano «crisi» è dunque la
partecipazione delle nostre chiese alla «liquidità» generale. Mi permetto solo
alcune osservazioni.
1) Il credere senza appartenere può forse essere tentato
(sociologicamente parlando) all’interno di un modello di chiesa di popolo.
Chiese come le nostre (che vivono di contribuzioni volontarie; hanno organismi rappresentativi
pletorici che esigono un notevole tasso di impegno; hanno
numeri così piccoli da rendere necessarie alte percentuali di
coinvolgimento, solo perché le iniziative possano sussistere; ecc.) richiedono
non solo l’appartenenza, ma una discreta  robustezza di motivazione. La «liquidità» sociologica
è precisamente quanto non ci possiamo permettere. 2) Molte chiese evangelicali,
molte chiese straniere in Europa, molti movimenti cattolici propongono, con
successo, forme assai forti di appartenenza. La «liquidità» è un aspetto
del presente, ma non l’unico. Questo dal punto di vista sociologico. Se poi
è lecita un’osservazione d’altro genere,
chiederei: è sostenibile, in base
al Nuovo Testamento, una fede «liquida», senza appartenenza? Si tratta dell’appartenenza
a Cristo, certo: ma essa non è mai dissociata, nella Scrittura, da quella al
suo corpo ecclesiale
.
Non basta, ovviamente, denunciare
l’«astenia» per indicare vie d’uscita
:
non è casuale che il testo della predicazione sinodale fosse un
racconto di miracolo.
È anche giusto evitare di farsi catturare da una sorta di
«sindrome di Fort Alamo» (versione nostrana: «Pra del Torno non deve cadere»),
che si immagina i pochi (ma duri e puri) superstiti impegnati nell’ultima,
disperata, resistenza. Molto più semplicemente, alcuni, e il sottoscritto tra
essi, ritengono che:
1) la politica dello struzzo, in qualunque forma, non paghi;
2) mentre continuiamo, giustamente, a fare quello che abbiamo sempre
fatto, cercando di farlo un po’ meglio, e individuiamo nuovi fronti sui
quali riteniamo necessario impegnarci, dobbiamo sapere che un consolidamento
numerico delle comunità è un obiettivo prioritario
. Non perché sia
importante in sé, ma perché costituisce la condizione elementare per il
presente e il futuro della testimonianza evangelica in questo paese.

Torpore della chiesa valdese

Una
chiesa in torpore?

Una conversazione a briglie
sciolte: non siamo più in grado di dire la fede? L’impegno sociale si esaurisce
in se stesso senza mettere in luce l’amore per Dio? Riflessioni sulla «malattia
della chiesa»
Federica
Tourn
Contribuzioni in calo,
vocazioni che scarseggiano e una preoccupante diminuzione dei membri di chiesa:
il Sinodo ha affrontato anche il problema di comunità che si spopolano
lentamente, ponendosi la domanda su come reagire all’emorragia e – prima ancora
– da che cosa è provocata. Si è parlato di incapacità a motivare l’impegno nel
sociale e dell’urgenza di ridefinire il senso del discepolato nell’Italia di oggi.
A Sinodo concluso, approfondiamo l’argomento in una conversazione con i pastori
Paolo Ricca (classe
1936) e Giorgio Tourn
(classe 1930).
– In Sinodo c’è chi ha parlato
di «depennare» dal registro dei membri di chiesa chi non dà la contribuzione. È
questa la strada?
Paolo Ricca: «Depennare, cancellare:
sono verbi che mi fanno inorridire se applicati a membri di chiesa, sia perché
si depennano da sé, sia
perché il comandamento evangelico è di cercare la pecora perduta. La devi cercare finché
la trovi ma non sei tu che depenni».
Giorgio Tourn: «Anche chi non viene in
chiesa o non contribuisce è una delle
tue pecore con cui hai un rapporto pastorale normale. È un valdese che si
tratta di riconquistare. Se si ammala non vai a trovarlo? Se ti vuole parlare
non lo ascolti?
Non puoi
fare come è successo alle Valli, dove sono state mandate delle lettere con il verbo
cancellare. È un abominio dal punto di vista spirituale ed ecclesiastico»
.
– Pastore Ricca, lei ha parlato
espressamente di una
«malattia della chiesa». Che
cosa intendeva?
Ricca: «Io penso che la chiesa sia
malata gravemente. Questa malattia io la constato nella disaffezione totale al culto.
È rarissimo che io trovi una comunità che loda Dio e che è felice di essere lì,
che vive con gioia il momento domenicale.
C’è una grande carenza liturgica: il nostro culto è molto poco
attraente, troppo monologico;
sostanzialmente l’unico che parla è il
pastore, la comunità al massimo canta. Poi dovremmo fare un discorso a parte su
cosa si canta, perché le parole non sono quelle della fede di oggi, risalgono
all’800 e a prima ancora; sono bellissime ma l’attualità della fede cristiana
non si esprime più così. Certo,
Forte rocca la
canteremo anche in cielo ma è un’eccezione. C’è un problema di distacco tra
come viviamo la fede e come viene cantata nei nostri innari. Da allora non
abbiamo inventato altro».
Tourn:
«Tu ti illudi che ci sia la fede!
Se non c’è una teologia non c’è un canto. Nell’800 avevano dei canti perché
avevano una teologia».
Ricca:
«Siamo credenti o aspiranti tali con strumenti
antiquati. Poi c’è il punto della predicazione. Non mi pare che il livello
medio della nostra predicazione sia soddisfacente
».
Tourn:
«La frequenza al culto è un problema.
I vecchi una volta andavano in chiesa vestiti bene e poi dormivano durante il
sermone: molto meglio così piuttosto che un giovane vivacissimo del giorno
d’oggi che su internet si va a cercare un sermone di un
bravo pastore
. Perché nel primo caso quello che conta è che tu rompi la
tua settimana e quella mattina non lavori. I non credenti lavoravano, mentre i credenti andavano in chiesa per un atto di fede. È
un gesto oggettivo, io sono lì per Lui. Che poi io dorma, che il sermone sia
bello o no è secondario. Nell’altro caso è una fede di
tipo soggettivo e autoreferenziale
. Il dramma oggi è che questa gente è
convinta che sia sufficiente l’autocoltivazione e l’autoconservazione di sé. Se tu hai un bravo pastore te lo vai a leggere e ti senti
edificato e non vai in chiesa. Quella è la malattia, o una forma della malattia
.
Sulla forma del culto, poi, sono anni che ci interroghiamo: non sappiamo dire
la fede per assenza di sensibilità teologica. Questa generazione
non sa cosa crede, crede frammenti di fede».
Ricca:
«La nostra generazione non ha fatto niente di meglio, siamo
noi che non abbiamo prodotto nulla».
Tourn:
«Infatti la colpa è nostra che non abbiamo saputo
trasmettergliela.
È una carenza di formazione teologica. Dovremmo fare un
serio bilancio di cosa è stato della nostra generazione figlia dei barthiani
del dopoguerra. Non abbiamo saputo produrre una
riflessione teologica abbastanza forte e chiara da agganciare le generazioni
seguenti
. Siamo stati ingannati dall’idea che la
fede sia una presenza significativa nel secolare e questo ci ha condotti
inevitabilmente a una presenza nel politico e a un impoverimento della
spiritualità».
Ricca:
«C’è una scuola di pietà che non è stata
insegnata perché probabilmente non è stata vissuta».
Tourn:
«Noi abbiamo investito nella testimonianza nel mondo, dove
la fede in qualche modo trovava la sua espressione privilegiata. Penso alla battaglia del moderatore Bouchard sugli
ospedali. Quel fronte di diaconia espresso in termini di
polis
era significativo dal punto di vista della fede, era
così che la comunicavamo».
Ricca:
«E invece abbiamo perso gli ospedali…».
– Quindi
non era vero, la fede non è stata espressa bene in quella stagione di diaconia
e intervento nel mondo?
Tourn:
«Negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 la società era strutturata sulla
polis
e quello era il linguaggio dell’epoca, in cui abbiamo tradotto
il nostro messaggio di fede. Pensiamo a Cinisello, o a Riesi: il buon Dio giudicherà se quelli che erano su quel fronte
hanno testimoniato o no,
ma c’è da dire che la comunità che stava dietro
di loro viveva quasi per delega».
– Quindi
chi è andato nel mondo ha perso il contatto con la chiesa dietro di sé? C’è
stata una rottura?
Tourn:
«
La mia generazione ha dato
la sua testimonianza ma non ha formato chi è venuto dopo».
– I
progetti della Federazione delle chiese evangeliche come «MediterraneanHope» e
il lavoro sui migranti, in termini di testimonianza si possono considerare uno
«stare sul fronte» come allora, o si tratta di altro?
Tourn:
«Quei progetti sono la traduzione in termini evangelici
della politica di papa Bergoglio. Un fare la carità».
Ricca:
«Bisogna dire che senza otto per mille non ci sarebbe MediterraneanHope.
Un conto sono le risorse della fede, un conto ciò che
fai perché hai soldi che arrivano da fuori; quindi ti illudi anche su te
stesso, ti autoinganni
. Non si dice abbastanza che certe cose le
facciamo grazie all’otto per mille».
Tourn:
«Il merito della nostra chiesa è di farlo bene».
Ricca:
«
Ma senza otto per mille non lo faresti. Qual è l’equivoco sulla diaconia? La fede si esaurisce lì e
non sei neanche in grado di motivare evangelicamente il discorso a partire dal
tuo rapporto con Dio.
Come ha detto il pastore Langeneck durante un
culto mattutino al Sinodo: tutto il campo delle opere risponde all’amore del
prossimo, ma dov’è l’amore per Dio? La malattia è che siamo tutti volti al sociale,
cosa sacrosanta, ma nel sociale esauriamo il discorso cristiano, fuori da lì siamo muti».
Tourn:
«Ma la radice è una questione teologica. Il professore di
sistematica della Facoltà valdese scrive un bellissimo articolo su
Riforma nella
domenica della Facoltà su un’assassina americana condannata a morte che è stata
graziata e che si è convertita grazie all’opera di un cappellano intelligente che
l’ha condotta alla fede. Ti immagini un caso del genere cento anni fa? Che cosa
si sarebbe detto? Che ha incontrato Gesù. Ti innamori di Gesù, non della
teologia. Lei ha incontrato Cristo o Bonhoeffer? Il professore di sistematica dice
”si è innamorata della teologia”: cioè non usa il
termine Cristo. Il fatto che tu rimuova è il problema, per di più nella
domenica della Facoltà! Se non riusciamo a formulare in termini comprensibili che
è l’incontro con Cristo che determina la tua vita e che cosa vuol dire, siamo
muti
. I vecchi pastori più che convertire fornivano il linguaggio per
dire la fede mentre oggi la chiesa non lo fa».
– La
chiesa ha perso il linguaggio o è tiepida nel comunicarlo?
Ricca:
«Se accettiamo che la fede, dove c’è, è per frammenti, allora non aspettiamo di avere una fede integrale
ma diciamo questa fede qua. Quello che mi manca è l’espressione della
frammentarietà e della problematicità della fede cristiana».
Tourn: «Va bene che la fede sia un puzzle, ma Gesù alla fine ti chiede:
questi pezzi li metti insieme o no?».
Ricca:
«
Ma tu ricordi sicuramente quel brano in cui Bonhoeffer parla
di frammenti: alcuni devono essere buttati ma altri nella loro piccolezza racchiudono
tutta la luce…».
– C’è
speranza anche nel frammento, allora. Ma la chiesa come può uscire dalla crisi?
Ricca:
«Ne usciamo soltanto con una presa
di coscienza. È questo che mi manca nel Sinodo. La chiesa riconosca la sua
situazione di malattia. Come dice il profeta Isaia: siamo in un torpore mandato
da Dio».
Tourn:
«Ah, lo chiami in ballo!»
Ricca:
«In tanti passi della Bibbia è Dio che ti mette in questa
condizione perché tu prenda coscienza della tua miseria e lo invochi
disperatamente. Calvino alla fine della lettera a Carlo V dice: “dobbiamo farci
strada attraverso la disperazione”».
Tourn:
«Se è vero quello che dici, questo è l’Israele
dell’epoca di Geremia».
Ricca:
«Io penso che sia un po’ così».
Tourn:
«Probabilmente c’è un senso di timore, magari inconscio, nell’arrivare
a questa consapevolezza. Avventurarsi nel campo della malattia è problematico. Ed è chiaro che la testimonianza dell’amore fraterno con la
diaconia non porta automaticamente a conoscere Cristo».
Ricca:
«Nella storia di Israele, nei momenti drammatici con un
sussulto della coscienza vediamo come siamo lontani dal Signore, e che onoriamo Dio con le labbra ma non con il cuore. Dobbiamo
tornare a Dio come tema: Gianni Genre ha fatto un intervento in aula dicendo che Dio non conta per nessuno; ma se non lo nominiamo mai
vuol dire che non è una realtà neanche per noi.
Il nesso fra la nostra vita
e Dio deve essere riformulato e non presupposto come viene fatto
continuamente».
Tourn:
«La riflessione teologica sarebbe allora questa: quello che
diamo come presupposto se non è ripensato e riespresso alla fine svanisce, è
come un buon vino che alla fine svapora. Meno ne parli
e più lo presupponi e meno hai i linguaggi per dirlo. Non c’è il silenzio di
Dio ma il silenzio nostro su Dio».
Ricca:
«La malattia è seria ma io credo che la luce comincia quando
ne prendi coscienza, come per le malattie del corpo, perché puoi provare a
reagire».
Tourn:
«Non avvertendo la presenza del Signore, non rendendolo
presente con la nostra riflessione, riducendo il nostro discorso alla gestione
“terra terra” senza alzare mai gli occhi, è chiaro che non troveremo i termini
per testimoniare».
Ricca: «Si può anche notare che
l’otto per mille assorbe molte energie».
Tourn:
«È una catastrofe, a livello della chiesa i
fratelli non contribuiscono più perché l’otto per mille risolve tutti i problemi
e
quando non ci saranno più contributi si finirà per pagare con questi fondi
anche i pastori. Volete ridurre la chiesa a questo mercato? È un atto tale di
non fede!».
Ricca:
«È complicato. La scelta della nostra chiesa di non usufruire
di questo otto per mille per opere di culto è spiritualmente sana. Però quanto
l’otto per mille finanzia l’esistenza di aspetti crescenti della vita delle
opere della chiesa pone un problema di vigilanza perché
non possiamo più dire trionfalmente “non un soldo al culto”. Mi ha sempre
impressionato quanto tempo e forze si dedicano all’otto per mille; un enorme
lavoro che conosco bene: se lo avessimo speso per evangelizzazione o altri obiettivi
di carattere spirituale forse la vita della chiesa sarebbe migliore».
Tourn:
«
Succhia molte energie anche
a livello di pensiero,
è costantemente presente, nel bene e
nel male».
Ricca:
«Però come membro ormai decaduto della Commissione otto per
mille posso dire che è un bel lavoro, una bella impresa, vale la pena; nel
senso che tante cose belle che non sarebbero state fatte da nessuno sono state
possibili, e questo va detto».

Chiesa Valdese rassegnata?

Articolo molto interessante e utile per un rinnovo, pubblicato in seguito ai due precedenti (purtroppo ho perso i riferimenti. Se qualcuno li sa, me li dia, grazie).

Non
rassegniamoci alla secolarizzazione
Claudio Pasquet
Scrivo
sapendo che questa riflessione  uscirà
dopo la visita del papa. Non credo che essa cambierà molto per la vita della
nostra chiesa. Forse qualche italiano avrà sentito nominare i valdesi per la prima
volta e questo non mi dispiace, ma non penso certo si debba accusare la Tavola di
aver prevaricato la Chiesa, e se anche così fosse sarà il Sinodo a decidere.
Come però nota acutamente Maria Bonafede nel
suo splendido articolo (
Riforma
n. 24, p. 13),
Belcastro e Maghenzani (
Riforma
n. 23, p. 15) sottolineano
una realtà che non possiamo fingere di ignorare: dove è riconoscibile oggi la
nostra adesione ai principi della Riforma? 
Avverto infatti insinuarsi nella nostra chiesa un senso di rassegnazione
alla secolarizzazione strisciante, che ci accomuna purtroppo a gran parte delle
chiese europee, mentre per fortuna non è così negli altri continenti. Dalle
Valli al Sud, figli e figlie di credenti abbandonano la nostra chiesa o fanno
come tutti per «non avere problemi ». Ogni anno le statistiche sinodali ci presentano
un crescente numero di chiese dove scuole domenicali e catechismi sono ridotti
al lumicino, se non inesistenti! Certo alcune chiese compensano la cosa con le ammissioni
di adulti, ma quanti di loro, dopo una prima entusiastica adesione, scompaiono
dalla vita ecclesiastica? Quale è il collante che manca nel nostro essere chiesa?
Temo che si tratti della mancanza di una prospettiva solida che vada oltre il momento
presente e le sue urgenze.
Mi permetto di
soffermarmi su tre aspetti
che
caratterizzano sempre di più la riflessione attuale della nostra Chiesa: etica,
solidarietà e laicità
. Non credo di sbagliare dicendo che questi temi
monopolizzano l’attuale dibattito all’interno delle chiese valdesi e metodiste.
Sono argomenti che sicuramente ci danno una certa popolarità, (anche fra i veri
radical chic), ma quanto incidono come predicazione
dell’Evangelo all’esterno e all’interno delle chiese? Benedizione di coppie  omosessuali, dibattito sul fine vita, denaro
dell’otto per mille per tutto, ma non per le chiese… sono tutte cose
profondamente condivisibili, ma la nostra fede dovrebbe sempre annunciare, nel  contempo, una speranza che trascenda il «qui e
ora»! La storia ci insegna infatti che nulla è più aleatorio dell’etica e degli
orientamenti umani, guai a farli diventare degli assoluti. Siamo molto
impegnati sul fronte sociale, dai migranti alle nuove povertà, dalle case per
anziani a quelle per minori. Non potrebbe essere altrimenti, viste le sfide che
il mondo ci rivolge e che, come credenti, siamo impegnati ad affrontare. A
volte leggendo la nostra stampa si ha però l’impressione di leggere il
bollettino di una seria Ong di orientamento progressista, mentre l’esplicito e
forte riferimento al Signore che ci spinge all’impegno resta sottinteso o non traspare.
Questo si comincia ad avvertire in modo lancinante, quindi dobbiamo chiederci:
perché mai qualcuno dovrebbe impegnarsi nelle nostre chiese per fare
volontariato? Decine di associazioni operano in questo campo e molte lo fanno
anche bene!
Per molto tempo ci
siamo vantati di non essere la chiesa degli assoluti e della certezza,
abbiamo detto che il dubbio è e resta
fondamentale nella ricerca di fede, ma non abbiamo in questo modo assolutizzato
il dubbio, mettendo in dubbio l’Assoluto
? Grazia, speranza, resurrezione,
giudizio di Dio, quanto sono rimaste al centro della nostra fede? Dobbiamo
riappropriarcene nella nostra
predicazione e nelle nostre riflessioni comuni.
Chi oggi si interroga su Dio non ci chiede forse di affrontare una riflessione sulle
cose ultime? Quanto bisogno abbiamo di risposte che ritornino a dare entusiasmo
alle nostre fedi un po’ spente, senso al nostro impegno etico e speranza a chi
incontriamo nel quotidiano? Forse dobbiamo ripartire da quel lavoro mai finito
che ricrea la chiesa, da quel
dresser
l’Eglise
che era tanto caro a
Calvino il quale ci ricorda «Tutte le cose ci sono date dalla benignità di Dio,
e sono destinate alla nostra utilità, simili a un deposito di cui dovremo un
giorno render conto»
(Istituzione
III.10.5).

Per scoprire la fede???

Riforma N. 24
incontri ed eventi, seminari e dialoghi 
per riscoprire tutti l’abc della fede evangelica …

(Non ricordo il titolo né la data) di
Maria Bonafede (precedente moderatora)
Non condivido molte delle cose che Mauro
Belcastro e Simone Maghenzani scrivono (Riforma n. 23, p. 15) chiedendosi se
siamo ancora protestanti, ma sono contenta che lo abbiano fatto perché nella
loro lettera c’è del vero, e ce n’è tanto. Non mi pare che il Moderatore sia
stato decisionista, né mi pare che i pastori di Torino l’abbiano fatta da padroni:
se inviti il Papa e se lui accetta ti ritrovi nel protocollo delle visite dei
capi di Stato che comportano obblighi, accorgimenti, sicurezza, controlli,
lavoro, tanto lavoro, elenchi, telefonate, come tutto il lavoro che ho visto
svolgere in queste settimane negli uffici della chiesa valdese di Torino dalla
commissione costituita
ad hoc, dal presidente del Concistoro, da tanti
laici qualificati e volonterosi che ce l’hanno messa tutta per far girare la
macchina. E il Concistoro, non solo i pastori, la pastora e il diacono, ha
lavorato, ha  discusso sul come e che
cosa fare e su che cosa dire. Certo, ci si può sempre chiedere: ma perché
invitarlo? Anche se è un credente simpatico e la sua fede sembra di qualità, è
pur sempre un papa! Io credo invece che questa opportunità andasse colta per parlarsi
e ascoltarsi tra cristiani in un’epoca in cui è così di nuovo difficile
dialogare, per riformulare la volontà di un dialogo che sappia parlare anche
della reciproca diversità, per approfondire il senso dell’ecumenismo.
Non so se i valdesi
usciranno, da questa visita del pontefice romano, più forti o più deboli.
Credo anzi che rimarranno quello che sono:
una chiesa piccola, piccola, che fatica a orientarsi e a vedere un futuro, che
ha slanci importanti di intelligenza e di misericordia ma che è anche piena di
persone che non sanno più in che cosa consiste il loro essere protestanti. Quindi
chiedersi, come fanno Mauro e Simone, se e come siamo protestanti ha senso. In
questi mesi mi è capitato di fare funerali e di visitare, a quello scopo,
famiglie che non avevano più alcun legame con la chiesa valdese. Mi ha colpito
che erano tutti nomi valdesi «veri», con la consonante in fondo. I figli e le
figlie rigorosamente cattolici romani, addirittura fatti battezzare da bambini,
da genitori che erano venuti a lavorare a Torino scendendo dalle Valli e che
temevano la discriminazione, nipoti che non sanno più niente della fede dei
nonni e dei bisnonni. Mi si stringe il cuore e mi fa male ogni volta che vedo
risucchiare nell’indifferenziato storie, pensieri, fede e preghiere che hanno
costituito l’anima e il nerbo dell’esistenza di molta parte della nostra
chiesa. Mauro e Simone si e ci interrogano proprio su questo, sulla fede, sulla
nostra identità e colgono l’occasione per proporre spunti di riflessione, temi
di lavoro per i prossimi anni, spazi di ragionamenti importanti all’interno
delle nostre chiese. Pongono il problema così protestante del ruolo di un esecutivo,
se il moderatore deve essere un
leader di prestigio, vescovo della sua chiesa, o
sostanzialmente un esecutore della volontà del Sinodo. Me lo sono chiesta tante
volte, a suo tempo, e se ne è discusso anche in Sinodo. Il tener desta l’attenzione
sul tema è importante. E sollevano il tema della «visibilità mondana», tutte
cose a cui capita di pensare in queste settimane, anche se la nostra visibilità
è seria, sobria, mai fuor dalle righe e se non mi pare che si corra il rischio della
mondanità nel senso teologico del termine.
Ma che si debba
affermare che esiste un altro modo di essere cristiani
e che la chiesa valdese, pur nella sua
piccolezza, è altra rispetto a quella cattolico romana, questo sì che è
importante
e Mauro e Simone lo dicono chiaro. Il
cattolicesimo è pieno di credenti seri e anche coraggiosi e credo che Francesco
si allinei tra questi, e con loro vogliamo dialogare, pregare, operare per la
pace e per la misericordia, ma siamo in debito con loro, con tutti loro, papa
compreso, della predicazione  di un
Evangelo senza reliquie, di una testimonianza che sappia dire, con garbo e
senza sicumera, la verità sulla storia recente come recente è la storia di chi,
come don Bosco, faceva comprare, con l’astuzia di chi si mostrava interessato,
i libri dei valdesi e dei catari per poi ammucchiarli in piazza e dar loro
fuoco. Bisogna raccontarla la storia, senza protervia, che non ci si addice, ma
bisogna farlo per amore della verità e per amore del dialogo. E poi ripassiamo
la nostra fede, ripassiamo il fatto che l’unico mediatore tra le persone che
credono e Dio è il Signore Gesù Cristo, che altre presenze siano figure
celesti, icone o gerarchie non solo non servono ma deviano dalla retta fede. E
quindi ben vengano incontri ed eventi, seminari e dialoghi per riscoprire tutti
l’abc della fede evangelica e l’abc della nostra dogmatica. Ma  non facciamolo solo se e quando viene il
papa: facciamolo nelle nostre chiese, nelle nostre famiglie, nei luoghi del
dialogo e dell’ecumenismo, a tempo e fuor di tempo.

Siamo ancora riformati?

Propongo questi articoli raccolti da Riforma che rispecchiano uno stato d’animo di chi soffre (o  era e forse è ancora molto disagio) all’interno della chiesa Valdese (fortemente democratica). L’argomento non ha perso la sua importanza visto il sondaggio che la Moderatora sta facendo in ogni chiesa, prima del prossimo sinodo. Gli articoli sono abbastanza in ordine cronologico. Essi si inseriscono bene in questa rubrica dove si ha l’intenzione di chiedere al Signore un Risveglio per il bene di tutta la chiesa. 


dal settimanale Riforma n. 23 (non ricordo l’anno, ma tra il 2013 e il 2015-2016)

Siamo ancora riformati?
Mauro Belcastro e
Simone Maghenzani
È da
diverse settimane che stiamo ripensando alla notizia della visita  di papa Francesco alla nostra Chiesa valdese
di Torino. Forse, a differenza di molti, non siamo riusciti ad accoglierla a
cuor leggero. In questa vicenda quello che ci stupisce non è la visita in sé: è
anzi bello quando il potere, seppure con un volto cordiale, si china e ricorda
una minoranza altrimenti pressoché ignorata. Quello che c’inquieta è il modo in
cui la nostra Chiesa – già diffusamente considerata
setta
verrà percepita all’
esterno
a seguito della visita,
nonché il modo in cui noi, a partire dalla gestione di questa vicenda,
comprendiamo noi stessi come Chiesa. Ci ha stupito il ruolo decisionista della
Tavola (il momento
clou consisterà in un discorso finale tra il
papa e il moderatore) e il peso preponderante dei pastori nella gestione della
visita. Sappiamo già quale sarà il ritorno mediatico di un evento impostato in
questa maniera: se andrà bene, la giornata risulterà come un «incontro tra due
leader ecclesiastici
che vogliono parlarsi». E in effetti Paolo Griseri su
La Repubblica del 25 maggio scorso scrive dell’ «iniziativa ecumenica
più clamorosa – l’incontro tra il pontefice e i
vertici della
Chiesa valdese». Ora, a prescindere dalla decisione in sé – che pure non
abbiamo condiviso e che non ci sentiamo di condividere – vorremmo sottolineare
quanto questa
si stia dimostrando una occasione sprecata.
L’immagine della Chiesa valdese non uscirà più forte o socialmente legittimata,
cosa che in ogni caso non ci pare sia tra i compiti affidatici, ma di certo più
clericale e leaderista di quanto la sua vocazione preveda. Purtroppo, temiamo
che questa immagine corrisponda a una torsione in corso: al nostro interno, dove
anziché come  esecutivi, ci si
autopercepisce come
leader ecclesiali; ma pure all’esterno, dove non
sarà possibile notare una poi così grande differenza tra noi e altri nel modo
di essere chiesa e di vivere la vita cristiana.
Crediamo che questa visita pontificia alla
chiesa di Torino, tra don Bosco e la Sindone, sia la cartina di tornasole della
fragilità della nostra proposta teologica e culturale, e che ci costringa a
domandarci
se e in che misura siamo ancora
riformati
. Lo abbiamo detto e scritto
in privato, sui
social media, e ai nostri responsabili ecclesiastici:
sentiamo come urgenza che il nostro protestantesimo tenti di vivere e
annunciare con vocazione coerente un messaggio che non è suo, senza per questo inseguire
una visibilità tutta mondana che nulla ha a che vedere con la nostra
chiamata cristiana. Questo papa – con cui
dobbiamo coltivare un rispettoso e civile dibattito – può darci l’occasione di
parlare pubblicamente di teologia, di Bibbia, di fede. Questa visita può e deve
essere una strada per discutere con i cattolici: di storia, di Scrittura, di
dogmi e di missione. Ma anche per dire con chiarezza e fermezza che ci sono
molte cose nella prassi e nella fede cattolico-romana che per noi contraddicono
il messaggio evangelico. Gli importanti eventi che vedono coinvolti i
cattolico-romani e, in un certo senso, Torino tutta intera, avrebbero potuto
essere l’occasione per ribadire che c’è un modo
differente di
essere cristiani. E questo potremmo
ancora farlo, come sempre fu fatto nelle
precedenti occasioni, organizzando degli incontri/eventi aperti a tutta la
città in cui si possa discutere 1) della fede (perché noi non ci curiamo delle
reliquie vere o false che siano? che cosa caratterizza la vita di fede di un
cristiano evangelico?); 2) dell’evangelo e del lavoro; 3) dell’evangelo e dei migranti;
4) dell’evangelo e delle donne; 5) dell’evangelo e degli uomini… Insomma, del
nostro modo d’intendere il mondo in base all’evangelo. Crediamo che questo sia
un buon modo di accogliere tutti i cattolici che verranno a Torino e,
soprattutto, un’occasione per rifare il punto insieme sul  nostro essere chiesa evangelica. C’è ancora
tempo.