Articolo molto interessante e utile per un rinnovo, pubblicato in seguito ai due precedenti (purtroppo ho perso i riferimenti. Se qualcuno li sa, me li dia, grazie).

Non
rassegniamoci alla secolarizzazione
Claudio Pasquet
Scrivo
sapendo che questa riflessione  uscirà
dopo la visita del papa. Non credo che essa cambierà molto per la vita della
nostra chiesa. Forse qualche italiano avrà sentito nominare i valdesi per la prima
volta e questo non mi dispiace, ma non penso certo si debba accusare la Tavola di
aver prevaricato la Chiesa, e se anche così fosse sarà il Sinodo a decidere.
Come però nota acutamente Maria Bonafede nel
suo splendido articolo (
Riforma
n. 24, p. 13),
Belcastro e Maghenzani (
Riforma
n. 23, p. 15) sottolineano
una realtà che non possiamo fingere di ignorare: dove è riconoscibile oggi la
nostra adesione ai principi della Riforma? 
Avverto infatti insinuarsi nella nostra chiesa un senso di rassegnazione
alla secolarizzazione strisciante, che ci accomuna purtroppo a gran parte delle
chiese europee, mentre per fortuna non è così negli altri continenti. Dalle
Valli al Sud, figli e figlie di credenti abbandonano la nostra chiesa o fanno
come tutti per «non avere problemi ». Ogni anno le statistiche sinodali ci presentano
un crescente numero di chiese dove scuole domenicali e catechismi sono ridotti
al lumicino, se non inesistenti! Certo alcune chiese compensano la cosa con le ammissioni
di adulti, ma quanti di loro, dopo una prima entusiastica adesione, scompaiono
dalla vita ecclesiastica? Quale è il collante che manca nel nostro essere chiesa?
Temo che si tratti della mancanza di una prospettiva solida che vada oltre il momento
presente e le sue urgenze.
Mi permetto di
soffermarmi su tre aspetti
che
caratterizzano sempre di più la riflessione attuale della nostra Chiesa: etica,
solidarietà e laicità
. Non credo di sbagliare dicendo che questi temi
monopolizzano l’attuale dibattito all’interno delle chiese valdesi e metodiste.
Sono argomenti che sicuramente ci danno una certa popolarità, (anche fra i veri
radical chic), ma quanto incidono come predicazione
dell’Evangelo all’esterno e all’interno delle chiese? Benedizione di coppie  omosessuali, dibattito sul fine vita, denaro
dell’otto per mille per tutto, ma non per le chiese… sono tutte cose
profondamente condivisibili, ma la nostra fede dovrebbe sempre annunciare, nel  contempo, una speranza che trascenda il «qui e
ora»! La storia ci insegna infatti che nulla è più aleatorio dell’etica e degli
orientamenti umani, guai a farli diventare degli assoluti. Siamo molto
impegnati sul fronte sociale, dai migranti alle nuove povertà, dalle case per
anziani a quelle per minori. Non potrebbe essere altrimenti, viste le sfide che
il mondo ci rivolge e che, come credenti, siamo impegnati ad affrontare. A
volte leggendo la nostra stampa si ha però l’impressione di leggere il
bollettino di una seria Ong di orientamento progressista, mentre l’esplicito e
forte riferimento al Signore che ci spinge all’impegno resta sottinteso o non traspare.
Questo si comincia ad avvertire in modo lancinante, quindi dobbiamo chiederci:
perché mai qualcuno dovrebbe impegnarsi nelle nostre chiese per fare
volontariato? Decine di associazioni operano in questo campo e molte lo fanno
anche bene!
Per molto tempo ci
siamo vantati di non essere la chiesa degli assoluti e della certezza,
abbiamo detto che il dubbio è e resta
fondamentale nella ricerca di fede, ma non abbiamo in questo modo assolutizzato
il dubbio, mettendo in dubbio l’Assoluto
? Grazia, speranza, resurrezione,
giudizio di Dio, quanto sono rimaste al centro della nostra fede? Dobbiamo
riappropriarcene nella nostra
predicazione e nelle nostre riflessioni comuni.
Chi oggi si interroga su Dio non ci chiede forse di affrontare una riflessione sulle
cose ultime? Quanto bisogno abbiamo di risposte che ritornino a dare entusiasmo
alle nostre fedi un po’ spente, senso al nostro impegno etico e speranza a chi
incontriamo nel quotidiano? Forse dobbiamo ripartire da quel lavoro mai finito
che ricrea la chiesa, da quel
dresser
l’Eglise
che era tanto caro a
Calvino il quale ci ricorda «Tutte le cose ci sono date dalla benignità di Dio,
e sono destinate alla nostra utilità, simili a un deposito di cui dovremo un
giorno render conto»
(Istituzione
III.10.5).