Una
chiesa in torpore?

Una conversazione a briglie
sciolte: non siamo più in grado di dire la fede? L’impegno sociale si esaurisce
in se stesso senza mettere in luce l’amore per Dio? Riflessioni sulla «malattia
della chiesa»
Federica
Tourn
Contribuzioni in calo,
vocazioni che scarseggiano e una preoccupante diminuzione dei membri di chiesa:
il Sinodo ha affrontato anche il problema di comunità che si spopolano
lentamente, ponendosi la domanda su come reagire all’emorragia e – prima ancora
– da che cosa è provocata. Si è parlato di incapacità a motivare l’impegno nel
sociale e dell’urgenza di ridefinire il senso del discepolato nell’Italia di oggi.
A Sinodo concluso, approfondiamo l’argomento in una conversazione con i pastori
Paolo Ricca (classe
1936) e Giorgio Tourn
(classe 1930).
– In Sinodo c’è chi ha parlato
di «depennare» dal registro dei membri di chiesa chi non dà la contribuzione. È
questa la strada?
Paolo Ricca: «Depennare, cancellare:
sono verbi che mi fanno inorridire se applicati a membri di chiesa, sia perché
si depennano da sé, sia
perché il comandamento evangelico è di cercare la pecora perduta. La devi cercare finché
la trovi ma non sei tu che depenni».
Giorgio Tourn: «Anche chi non viene in
chiesa o non contribuisce è una delle
tue pecore con cui hai un rapporto pastorale normale. È un valdese che si
tratta di riconquistare. Se si ammala non vai a trovarlo? Se ti vuole parlare
non lo ascolti?
Non puoi
fare come è successo alle Valli, dove sono state mandate delle lettere con il verbo
cancellare. È un abominio dal punto di vista spirituale ed ecclesiastico»
.
– Pastore Ricca, lei ha parlato
espressamente di una
«malattia della chiesa». Che
cosa intendeva?
Ricca: «Io penso che la chiesa sia
malata gravemente. Questa malattia io la constato nella disaffezione totale al culto.
È rarissimo che io trovi una comunità che loda Dio e che è felice di essere lì,
che vive con gioia il momento domenicale.
C’è una grande carenza liturgica: il nostro culto è molto poco
attraente, troppo monologico;
sostanzialmente l’unico che parla è il
pastore, la comunità al massimo canta. Poi dovremmo fare un discorso a parte su
cosa si canta, perché le parole non sono quelle della fede di oggi, risalgono
all’800 e a prima ancora; sono bellissime ma l’attualità della fede cristiana
non si esprime più così. Certo,
Forte rocca la
canteremo anche in cielo ma è un’eccezione. C’è un problema di distacco tra
come viviamo la fede e come viene cantata nei nostri innari. Da allora non
abbiamo inventato altro».
Tourn:
«Tu ti illudi che ci sia la fede!
Se non c’è una teologia non c’è un canto. Nell’800 avevano dei canti perché
avevano una teologia».
Ricca:
«Siamo credenti o aspiranti tali con strumenti
antiquati. Poi c’è il punto della predicazione. Non mi pare che il livello
medio della nostra predicazione sia soddisfacente
».
Tourn:
«La frequenza al culto è un problema.
I vecchi una volta andavano in chiesa vestiti bene e poi dormivano durante il
sermone: molto meglio così piuttosto che un giovane vivacissimo del giorno
d’oggi che su internet si va a cercare un sermone di un
bravo pastore
. Perché nel primo caso quello che conta è che tu rompi la
tua settimana e quella mattina non lavori. I non credenti lavoravano, mentre i credenti andavano in chiesa per un atto di fede. È
un gesto oggettivo, io sono lì per Lui. Che poi io dorma, che il sermone sia
bello o no è secondario. Nell’altro caso è una fede di
tipo soggettivo e autoreferenziale
. Il dramma oggi è che questa gente è
convinta che sia sufficiente l’autocoltivazione e l’autoconservazione di sé. Se tu hai un bravo pastore te lo vai a leggere e ti senti
edificato e non vai in chiesa. Quella è la malattia, o una forma della malattia
.
Sulla forma del culto, poi, sono anni che ci interroghiamo: non sappiamo dire
la fede per assenza di sensibilità teologica. Questa generazione
non sa cosa crede, crede frammenti di fede».
Ricca:
«La nostra generazione non ha fatto niente di meglio, siamo
noi che non abbiamo prodotto nulla».
Tourn:
«Infatti la colpa è nostra che non abbiamo saputo
trasmettergliela.
È una carenza di formazione teologica. Dovremmo fare un
serio bilancio di cosa è stato della nostra generazione figlia dei barthiani
del dopoguerra. Non abbiamo saputo produrre una
riflessione teologica abbastanza forte e chiara da agganciare le generazioni
seguenti
. Siamo stati ingannati dall’idea che la
fede sia una presenza significativa nel secolare e questo ci ha condotti
inevitabilmente a una presenza nel politico e a un impoverimento della
spiritualità».
Ricca:
«C’è una scuola di pietà che non è stata
insegnata perché probabilmente non è stata vissuta».
Tourn:
«Noi abbiamo investito nella testimonianza nel mondo, dove
la fede in qualche modo trovava la sua espressione privilegiata. Penso alla battaglia del moderatore Bouchard sugli
ospedali. Quel fronte di diaconia espresso in termini di
polis
era significativo dal punto di vista della fede, era
così che la comunicavamo».
Ricca:
«E invece abbiamo perso gli ospedali…».
– Quindi
non era vero, la fede non è stata espressa bene in quella stagione di diaconia
e intervento nel mondo?
Tourn:
«Negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 la società era strutturata sulla
polis
e quello era il linguaggio dell’epoca, in cui abbiamo tradotto
il nostro messaggio di fede. Pensiamo a Cinisello, o a Riesi: il buon Dio giudicherà se quelli che erano su quel fronte
hanno testimoniato o no,
ma c’è da dire che la comunità che stava dietro
di loro viveva quasi per delega».
– Quindi
chi è andato nel mondo ha perso il contatto con la chiesa dietro di sé? C’è
stata una rottura?
Tourn:
«
La mia generazione ha dato
la sua testimonianza ma non ha formato chi è venuto dopo».
– I
progetti della Federazione delle chiese evangeliche come «MediterraneanHope» e
il lavoro sui migranti, in termini di testimonianza si possono considerare uno
«stare sul fronte» come allora, o si tratta di altro?
Tourn:
«Quei progetti sono la traduzione in termini evangelici
della politica di papa Bergoglio. Un fare la carità».
Ricca:
«Bisogna dire che senza otto per mille non ci sarebbe MediterraneanHope.
Un conto sono le risorse della fede, un conto ciò che
fai perché hai soldi che arrivano da fuori; quindi ti illudi anche su te
stesso, ti autoinganni
. Non si dice abbastanza che certe cose le
facciamo grazie all’otto per mille».
Tourn:
«Il merito della nostra chiesa è di farlo bene».
Ricca:
«
Ma senza otto per mille non lo faresti. Qual è l’equivoco sulla diaconia? La fede si esaurisce lì e
non sei neanche in grado di motivare evangelicamente il discorso a partire dal
tuo rapporto con Dio.
Come ha detto il pastore Langeneck durante un
culto mattutino al Sinodo: tutto il campo delle opere risponde all’amore del
prossimo, ma dov’è l’amore per Dio? La malattia è che siamo tutti volti al sociale,
cosa sacrosanta, ma nel sociale esauriamo il discorso cristiano, fuori da lì siamo muti».
Tourn:
«Ma la radice è una questione teologica. Il professore di
sistematica della Facoltà valdese scrive un bellissimo articolo su
Riforma nella
domenica della Facoltà su un’assassina americana condannata a morte che è stata
graziata e che si è convertita grazie all’opera di un cappellano intelligente che
l’ha condotta alla fede. Ti immagini un caso del genere cento anni fa? Che cosa
si sarebbe detto? Che ha incontrato Gesù. Ti innamori di Gesù, non della
teologia. Lei ha incontrato Cristo o Bonhoeffer? Il professore di sistematica dice
”si è innamorata della teologia”: cioè non usa il
termine Cristo. Il fatto che tu rimuova è il problema, per di più nella
domenica della Facoltà! Se non riusciamo a formulare in termini comprensibili che
è l’incontro con Cristo che determina la tua vita e che cosa vuol dire, siamo
muti
. I vecchi pastori più che convertire fornivano il linguaggio per
dire la fede mentre oggi la chiesa non lo fa».
– La
chiesa ha perso il linguaggio o è tiepida nel comunicarlo?
Ricca:
«Se accettiamo che la fede, dove c’è, è per frammenti, allora non aspettiamo di avere una fede integrale
ma diciamo questa fede qua. Quello che mi manca è l’espressione della
frammentarietà e della problematicità della fede cristiana».
Tourn: «Va bene che la fede sia un puzzle, ma Gesù alla fine ti chiede:
questi pezzi li metti insieme o no?».
Ricca:
«
Ma tu ricordi sicuramente quel brano in cui Bonhoeffer parla
di frammenti: alcuni devono essere buttati ma altri nella loro piccolezza racchiudono
tutta la luce…».
– C’è
speranza anche nel frammento, allora. Ma la chiesa come può uscire dalla crisi?
Ricca:
«Ne usciamo soltanto con una presa
di coscienza. È questo che mi manca nel Sinodo. La chiesa riconosca la sua
situazione di malattia. Come dice il profeta Isaia: siamo in un torpore mandato
da Dio».
Tourn:
«Ah, lo chiami in ballo!»
Ricca:
«In tanti passi della Bibbia è Dio che ti mette in questa
condizione perché tu prenda coscienza della tua miseria e lo invochi
disperatamente. Calvino alla fine della lettera a Carlo V dice: “dobbiamo farci
strada attraverso la disperazione”».
Tourn:
«Se è vero quello che dici, questo è l’Israele
dell’epoca di Geremia».
Ricca:
«Io penso che sia un po’ così».
Tourn:
«Probabilmente c’è un senso di timore, magari inconscio, nell’arrivare
a questa consapevolezza. Avventurarsi nel campo della malattia è problematico. Ed è chiaro che la testimonianza dell’amore fraterno con la
diaconia non porta automaticamente a conoscere Cristo».
Ricca:
«Nella storia di Israele, nei momenti drammatici con un
sussulto della coscienza vediamo come siamo lontani dal Signore, e che onoriamo Dio con le labbra ma non con il cuore. Dobbiamo
tornare a Dio come tema: Gianni Genre ha fatto un intervento in aula dicendo che Dio non conta per nessuno; ma se non lo nominiamo mai
vuol dire che non è una realtà neanche per noi.
Il nesso fra la nostra vita
e Dio deve essere riformulato e non presupposto come viene fatto
continuamente».
Tourn:
«La riflessione teologica sarebbe allora questa: quello che
diamo come presupposto se non è ripensato e riespresso alla fine svanisce, è
come un buon vino che alla fine svapora. Meno ne parli
e più lo presupponi e meno hai i linguaggi per dirlo. Non c’è il silenzio di
Dio ma il silenzio nostro su Dio».
Ricca:
«La malattia è seria ma io credo che la luce comincia quando
ne prendi coscienza, come per le malattie del corpo, perché puoi provare a
reagire».
Tourn:
«Non avvertendo la presenza del Signore, non rendendolo
presente con la nostra riflessione, riducendo il nostro discorso alla gestione
“terra terra” senza alzare mai gli occhi, è chiaro che non troveremo i termini
per testimoniare».
Ricca: «Si può anche notare che
l’otto per mille assorbe molte energie».
Tourn:
«È una catastrofe, a livello della chiesa i
fratelli non contribuiscono più perché l’otto per mille risolve tutti i problemi
e
quando non ci saranno più contributi si finirà per pagare con questi fondi
anche i pastori. Volete ridurre la chiesa a questo mercato? È un atto tale di
non fede!».
Ricca:
«È complicato. La scelta della nostra chiesa di non usufruire
di questo otto per mille per opere di culto è spiritualmente sana. Però quanto
l’otto per mille finanzia l’esistenza di aspetti crescenti della vita delle
opere della chiesa pone un problema di vigilanza perché
non possiamo più dire trionfalmente “non un soldo al culto”. Mi ha sempre
impressionato quanto tempo e forze si dedicano all’otto per mille; un enorme
lavoro che conosco bene: se lo avessimo speso per evangelizzazione o altri obiettivi
di carattere spirituale forse la vita della chiesa sarebbe migliore».
Tourn:
«
Succhia molte energie anche
a livello di pensiero,
è costantemente presente, nel bene e
nel male».
Ricca:
«Però come membro ormai decaduto della Commissione otto per
mille posso dire che è un bel lavoro, una bella impresa, vale la pena; nel
senso che tante cose belle che non sarebbero state fatte da nessuno sono state
possibili, e questo va detto».