La chiesa e le chiese


Nella società c’è la tendenza, che
parte dal basso, di spostare tutti termini che delimitavano i confini morali. C’è
una dilatazione di permissivismo in tutti gli ambiti. Oltre ad esserne
contagiati, a stento i governi riescono a prevenire tale fenomeno che, col
fiato grosso nel rincorrere il fenomeno, concedono sempre di più per non
perdere il consenso e il potere. Dove non lo fanno emergono conflitti talmente
gravi da provocare anche vittime fisiche oltre che la perdita di controllo. La
chiesa a che punto si trova? È lo specchio che condanna la società o quello che
l’approva? Non ho la risposta e non la si può trovare, a mio avviso, se prima
non si hanno ben chiare altre risposte a domande propedeutiche come quelle che seguono. Proviamo a
riflettere?
Cos’è la chiesa?
Oggi per chiesa s’intende una
denominazione con caratteristiche cristiane, anche se ci sono raggruppamenti di
persone, tipo associazioni, che assomigliano alla chiesa. Molti cosiddetti
cristiani delusi, per non sbagliare, stanno dove sono, accettando il meno
peggio. Altri, dopo un’estenuante ricerca, per non rimanere isolati, si
aggregano a gruppi attraenti più o meno cristiani. Le chiese storiche tendono a
conservare la loro caratteristica di chiese di massa con ambiguità del loro
profilo cristiano d.o.c. sempre più marcate. La parola d’ordine è l’accoglienza
indiscriminata, l’inclusività estrema. Altre chiese invece, per distinguersi, escludono
membri e simpatizzati che non accettano le loro regole attraverso le quali sottopongono
i loro membri ad una “iniziazione” come nelle sette. Alcune resistono nel tempo
altre invece svaniscono così come sono nate. 
Che cosa distingue una chiesa cristiana vera da una falsa? Dalla qualità
dei loro membri? Quale o quali? Chi è che decide se un membro della chiesa è
degno di essere tale? C’è una differenza tra la Chiesa fondata da Cristo e le
chiese cosiddette cristiane di oggi?
Come si entra a far parte di una chiesa o della chiesa?
È giusto aggregarsi ad una
chiesa? o è meglio starsene da soli? Quali sono i criteri per scegliere la
chiesa giusta? Sono giuste solo  le
chiese “classiche” o storiche? È una garanzia la loro tradizione o la loro
confessione di fede? Se una chiesa non osserva certe linee classiche o storiche,
è giusto o no, rimanere membri di quella chiesa? Quali sono i motivi non
negoziabili per andarsene e cambiare, quali invece per rimanere? È la
conversione che determina chi è membro? O qualcos’altro? Che cosa vuol dire
conversione? Possono esserci dei pastori o delle guide e dei membri nella
chiesa che non siano convertiti? Si può essere di aiuto alla chiesa standone fuori?
Chi guida la chiesa?
Un capo, un pastore, un designato
o un gruppo di persone come in una società (o associazione, o come i governi)? Può
un pastore o una guida (un responsabile o dei responsabili) rinunciare alla sua
(loro) carica? Da che cosa si può capire se una guida (o gruppo) agisce secondo
giustizia e lealtà? Chi stabilisce ciò è giusto o sbagliato in quello che crede
e fa? In quale misura interagisce la volontà di Dio nella sue (o loro) intenzioni?
In che modo i responsabili garantiscono ai membri di chiesa se stanno decidendo
in modo saggio e giusto oppure no? È più importante che la guida (pastore,
anziano, vescovo, concistoro o consiglio) osservi i regolamenti della sua
chiesa (o la confessione) o quello che il Signore gli potrebbe dire o far
capire? In questo caso, come si può essere certi della volontà del Signore? E non
sia la volontà di qualcun altro? Può un responsabile di chiesa essere
destituito dal suo incarico? Chi può destituire un responsabile di chiesa? È
giusto o sbagliato che una maggioranza della chiesa  esoneri o rifiuti un responsabile (sia una
persona o un gruppo) dal governo della chiesa così come avviene nelle associazioni
cosiddette “democratiche”  dell’occidente?
È giusto applicare una disciplina? In base a quali criteri? In quale modo
esercitarne una sana e giusta?
Quali sono i compiti della chiesa?
Quali sono le sfere principali in
cui la chiesa è chiamata ad agire oltre a quelle del suo interno? Una chiesa
deve agire anche nella politica?Deve occuparsi, come qualunque altra
associazione umana, dei problemi che reggono le società del mondo, così come
fanno i partiti e i governi? Quali sono i compiti prioritari degli  uomini di chiesa, quali quelli secondari e
quali quelli inutili e dannosi?
Qual è il futuro della chiesa?
È destinata a concludersi o a
durare per sempre? A che cosa è destinata? In quale misura siamo attori o
ostacoli del suo destino? C’è una chiesa migliore delle altre e qual è?
Ps – Quale amministratore di
questo blog pur non avendo citato l’evangelo, chiedo agli interlocutori di rispondere in termini strettamente evangelici (concetti che possono essere suffragati dalla Bibbia). Ogni
risposta fuorviante o non in sintonia con questo principio e con l’argomento, verrà da me fatta notare
con la richiesta di riformularla. Qualora la mia richiesta non fosse rispettata
mi riterrò obbligato ad interrompere quella conversazione motivandola. La
mia preghiera è che questa mia iniziativa – con tutti i suoi limiti – glorifichi
esclusivamente il Signore.

Non giudicare?

Non giudicare?

Si sente sempre più sovente tra la gente,  in chiesa e dai pulpiti una
frase come questa: “Non si deve giudicare” come se solo un essere supremo ne
avesse il diritto. Da dove viene questo
concetto?
Il giudizio spetta anche agli essere umani. Se non ci
fossero i giudici (che non sono degli dei) che stabiliscono chi sbaglia in base
a regole superiori ed indiscutibili vivremmo in una giungla animalesca e non
umana. Il diluvio è stato un avvertimento. È vero che in ultima istanza è Dio
che giudica e soprattutto condanna, ma intanto Egli ha dato discernimento a
tutti gli esseri umani per distinguere tra il bene e il male. Se Adamo fosse
stato più severo nel giudicare Eva forse non avrebbero peccato trasgredendo al
primo regolamento. Se Eva avesse passato al filtro le parole del diavolo
giudicandole o misurandole con le parole di Dio, avrebbe capito che se
accondiscendeva alle parole lusinghiere del serpente si sarebbe avverato ciò
che Dio le aveva predetto. Il giudizio sugli altri non prescinde da un giudizio
su se stessi, ed è sempre un giudizio. Quando il regolamento stradale indicava
agli automobilisti che uscivano da una galleria di spegnere i fari, se non lo
facevi quelli che venivano in senso inverso a volte te lo segnalavano
lampeggiando, così tu consapevole di esserti dimenticato di un dovere, li
spegnevi. I genitori giudicano i figli e li rimproverano per i loro errori, ma
non li odiano anzi vogliono loro così bene che si sentono obbligati di correggere,
fin che si può e fin tanto che ci riescono, i loro difetti. Così è a scuola e
al lavoro (almeno ai miei tempi quando esisteva ancora l’apprendistato). Ora
tutto questo sembra sorpassato, vecchio, inadeguato al progresso. Persino in
chiesa, nei sermoni si deve “per forza” essere solo positivi e non giudicare,
né criticare. C’è chi si scusa prima di fare una critica, come se essere buoni
(come il panettone Balocco a  Natale) fosse
l’unico comandamento importante e tutti gli altri fossero scaduti o cancellati. La
parola d’ordine è: bisogna solo amare. Detto, fatto? È così semplice…! Ma?
 Ricordo che già negli anni ’60 si
criticavano certe regole nelle scuole elementari, classificandole troppo
moralistiche. È vero che nella chiesa (cattolica e protestante italiane) vi
sono delle regole fini a se stesse e non sempre necessarie. Oggi però si è
buttato via con l’acqua del bagnetto anche il bambino, proprio dicendo
tout-court, non si deve giudicare. A me sembra che questo modo di parlare, e
soprattutto di agire (molte volte si parla dietro le spalle e in separata sede,
alimentando pettegolezzi non verificabili), sia semplice ipocrisia o un patto di
non belligeranza contro il male; mancanza di coraggio nel dire una verità
scomoda. Insomma un omertà che nel nostro paese conosciamo molto bene e che ha
partorito e continua a partorire ogni tipo di corruzione. Prova a dire a
qualcuno per strada che non si deve mettere in doppia fila, o che è meglio
spegnere il motore della tua macchina che è ferma da un po’ per non inquinare e
ti senti dire, lei s’impicci degli affari suoi. Prova a chiedere una fattura o
una ricevuta fiscale quando il fornitore non vuol pagare l’Iva e in questo modo
ti garantisce uno sconto, ma nello stesso tempo evade le tasse e danneggia
tutti anche te.  E questo è solo un’infima
parte di quanto la parola d’ordine: “non giudicare” abbia creato dei mostri
come l’indifferenza e la non indignazione, la rassegnazione, il così fan tutti,
ecc.
A questo punto ci si può chiedere perché? Gli psicologi
della convivenza sociale potrebbero sfornare conferenze su conferenze e numerosi libri per
giustificare questo stile di comportamento che omologa tutti gli errori ed orrori. Mentre il credente sa che
il problema è molto più semplice e tragico. Giacomo 1 ci dà questa indicazione: 22 …mettete in pratica la parola e non
ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. 23 Perché, se uno è
ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua
faccia naturale in uno specchio; 24 e quando si è guardato se ne va, e
subito dimentica com’era. 25 Ma chi guarda attentamente nella legge
perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un
ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo
operare.
Lo specchio oltre ad essere il Diodella Bibbia è anche il nostro coniuge, nostro figlio, il nonno, il compagno di lavoro,
il membro di chiesa. Ogni persona che abbiamo di fianco o davanti è nostro
specchio. Il mio giudizio dipende da quello che vedo in lui che deve prima
cambiare in me. La favola di Biancaneve e i sette nani ci ricorda che c’era una
regina che ogni giorno si guardava nello specchio che le diceva che la più bella
del reame era solo lei. Finché un giorno in quello specchio vide la figura di
Biancaneve e si irritò terribilmente fino al punto di voler morta la sua
rivale. Ecco come noi utilizziamo gli specchi della vita.
Dio nella sua grandezza e preveggenza ha dato a tutti delle
regole e delle capacità di discernimento. Nello stesso tempo, creandoci a sua
immagine, ci ha dato la libertà di scegliere, perché non ci ha creati come dei
“robot”. Il discernimento sta nell’usare bene la capacità di giudicare. Non ci ha creati senza la capacità di giudicare. Chi non lo fa, avendone la facoltà e la capacità
(quest’ultima s’impara) dà ragione al diavolo che ci vuole mantenere nello
statu quo servile e dipendente da altri e non da Dio.. Usare bene questa
capacità significa sottomettere il nostro giudizio alla verifica della Sua
volontà. Solo il credente lo può fare in questo modo: è una sua scelta. Il non
credente avrà altri criteri che sono mutabili, instabili, incerti: anche questa
è una scelta.
Per il credente il primo discernimento è quello di essere
convito che Dio esiste; visto che esiste val la pena di conoscerlo e conoscendo
Dio si conosce meglio se stessi, scriveva Calvino. Se l’uomo si sottomette a
Dio, gli ubbidisce, avrà discernimento per giudicare bene. Ad esempio Gesù
diceva che prima di vedere la pagliuzza nell’occhio del tuo prossimo, di guardare
nel tuo che c’è il trave. Non è questo saper giudicare? Oppure non vogliamo
togliere il nostro trave e allora lasciamo stare anche la pagliuzza dell’altro?
L’amore giusto è quello che impariamo da Dio che ci giudica ma non ci esclude,
è severo ma non ci emargina, avverte che siamo distanti da Lui ma non ci abbandona, ci dice che abbiamo poca memoria ma non ci dimentica. Aspetta con pazienza che comprendiamo
le sue leggi e vi ubbidiamo.Crediamo che sia come noi, ma è noi che non siamo come Lui.
Matteo18:15 “Se poi il tuo fratello ha peccato contro
di te, va’ e riprendilo fra te e lui solo. Se t’ascolta, avrai guadagnato il
tuo fratello”. Gesù non aveva detto non giudicare… stai zitto… accettalo com’è…
lascia perdere… dimentica… Il peccato contro di te, o contro gli altri, o contro Dio è ciò che inquina tutte le relazioni. Anche la
parola peccato è diventata impronunciabile, anacronistica. Il primo peccato è
quello di non riconoscere la supremazia di Dio e la disubbidienza a Lui che tu sia credente o no.
Ecco ubbidire a Dio è un’altra tappa importante per imparare
a conoscerlo meglio e di conseguenza a conoscere meglio noi stessi. Conoscendo
noi stessi possiamo anche ipotizzare di conoscere qualcosa degli altri, sia in
quello che fanno di bene che in ciò che fanno di male. È il livello di
ubbidienza che determina la conoscenza e non viceversa. Giudicare in modo giusto,
cioè come vuole il Padre celeste, non vuol dire sostituirsi a Dio, ma servirlo.  Non è facile, ma è possibile 
Chi fosse interessato continui a seguire questo nuovo blog: “scrivere imparando, imparare scrivendo” dove pubblico
pensieri fondamentalmente evangelici di Calvino e di altri autori.

Conosci te stesso se conosci Dio

Conosci te stesso se conosci Dio

In questi ultimi tempi due letture mi hanno nello stesso tempo rallegrato
e preoccupato. Rallegrato perché certe conclusioni a cui ero arrivato
riflettendo a tanti brani biblici conosciuti, li ho riscontrati in questi due
libri: “La foi évangélique” di John Stott, 
(LLB 2000, France), e “Istituzione della religione cristiana di G. Calvino.
V. I, (Utet, Torino, 1971). Preoccupato perché i due autori concordano (in
tempi notevolmente distanti tra loro) nel riscrivere i temi importanti ed
imprescindibili della vita di una cristiano in momenti storici di confusione e
di crisi.
Di Calvino in questa occasione riscrivo i seguenti concetti
che trovo di grande attualità. Nel capitolo che tratta della “Conoscenza di
Dio”.
2. D’altra parte è noto che l’uomo non perviene mai alla
conoscenza pura di se stesso fino a quando non abbia contemplato la faccia di
Dio e da essa sia sceso a guardare se stesso. Infatti, a causa dell’orgoglio
radicato in noi, ci sentiamo sempre giusti e completi, savi e santi, fin quando
non siamo convinti da argomenti evidenti della nostra ingiustizia, impurità
follia e immondezza. Ora non ne siamo convinti se gettiamo lo sguardo solamente
sulle nostre persone e non pensiamo insieme anche a Dio, il quale è la sola
regola a cui bisogna confrontare e allineare questo giudizio. Essendo infatti
tutti per natura inclini all’ipocrisia, un’apparenza superficiale di giustizia
ci soddisferà quanto e più dell’effettiva verità. E poiché intorno a noi non
c’è nulla che non sia coperto e sfigurato da molte macchie, lo spirito ci è chiuso
e come limitato dalle profanazioni di questo mondo; di sorta che, quanto non è
completamente brutto come il resto, ci piace come se fosse purissimo. Così un
occhio che sia abituato a non vedere altro che nero considera quanto è bruno o
di color scuro come di eccelso candore. Si può anche discernere con i sensi
corporali quanto siamo viziati nel valutare le forze e le facoltà dell’anima.
Se infatti in pieno giorno guardiamo verso il basso o qua e là intorno a noi,
ci sembra di aver lo sguardo più acuto che si possa immaginare; ma se leviamo
in alto gli occhi per contemplare il sole, quella grande luce che si spandeva
in terra e subito abbagliata e completamente confusa dallo splendore che la
sopravanza, al punto che siamo costretti a confessare che la vivacità
dimostrata nell’affrontare cose terrestri risulta greve e lenta quando si
tratti di misurarsi col sole. Lo stesso accade nel campo dei beni spirituali:
fintanto che non guardiamo oltre la terra, accontentandoci della nostra
giustizia, saggezza e forza, siamo soddisfatti e ci compiaciamo fino a
valutarci semidei. Ma se incominciamo a levare i nostri pensieri a Dio e a
riflettere su chi egli sia e quanto eccellente sia la perfezione della sua
giustizia, saggezza e forza, a cui ci dobbiamo conformare, subito quanto ci soddisfaceva
pienamente sotto il falso aspetto di giustizia avrà l’odore cattivo
dell’iniquità; quello che ci deliziava sotto l’etichetta di saggezza apparirà
non essere che follia, e quello che aveva l’apparenza di forza si rivelerà
debolezza.
Ecco perché quanto sembra in noi perfetto non può affatto
soddisfare la giustizia di Dio.