A. Monastier – Storia Valdese Cap.3

CAPITOLO III

RESISTENZA

CHE LE NUOVE LE DOTTRINE

E  CERIMONIE INCONTRANO

NELLA CHIESA.

 

Come si
manifesta questa resistenza. – Da dove viene questa resistenza? –
Segnalazione di Papa Celestino in Gallia. – Apparizione in Lombardia durante
la Vigilanza. – Continua in Francia sotto Sereno. – In
Germania. – Lettera di Zaccaria su questo punto. – Riflessioni. –
Opposizione contro le immagini sotto Carlo Magno. – Episcopato di 
Claudio a Torino . – Informazioni su
Claudio di Torino. – Estratti dei suoi scritti. – Natura del
ministero di Claudio a Torino. – Effetti del suo ministero nelle Valli
valdesi. – Considerazioniin appoggio. – Testimonianze.


La Chiesa
cristiana coi suoi membri sani non abbandonò la retta via della sana
dottrina, la purezza e la semplicità della vita in Cristo, senza reagire con una
lunga resistenza. Chi potrà raccontare tutti gli sforzi fatti per scampare
a una così grande sventura? Chi dirà tutto ciò che è stato tentato per  prevenire un tale naufragio, per fermare una
così grande rovina? I documenti che ci cono arrivati su questo punto
sono pochi e ci sono pervenuti solo attraverso la parte vincente. Siamo
ridotti a spigolare in quel campo le poche spighe che non potevano essere
nascoste ai nostri occhi. E spesso, dobbiamo ammetterlo, troviamo solo
un vuoto, dove invece avremmo voluto raccogliere un covone.

La
resistenza alla penetrazione di errori di ogni tipo sovente iniziava dai
ranghi più alti della Chiesa, ma più spesso ancora dai ranghi
inferiori. La si vide formarsi sia nelle assemblee dei vescovi, che in
seno alle congregazioni e nei cuori di semplici sacerdoti o umili fedeli.
Papa Celestino I, scrivendo ai vescovi delle province viennesi e della narbona
in Gallia, tra gli anni 423 e 432, si lamentò con loro del permesso concesso
ai sacerdoti stranieri di predicare a loro piacimento e di sollevare questioni
indisciplinate che hanno portato a discussioni nella Chiesa (
1). Colpisce il fatto che non si specifica
l’oggetto della sua denuncia. Tuttavia, alla fine della sua lettera
chiarisce che si tratta di una questione di santi e che i predicatori in
questione non sono favorevoli agli errori propagati su questa
dottrina. Ecco le sue espressioni: “Tuttavia”, egli dice,
“non dovremmo essere sorpresi se – coloro che si sforzano di distruggere
il ricordo dei nostri fratelli ora in pace – osano cose simili verso i
vivi”. Da questo fatto, ci sembra,  possiamo concludere che le Chiese della
Gallia non erano allora favorevoli alle immagini e all’invocazione dei santi
e che un numero considerevole di sacerdoti resistette coraggiosamente alla
propagazione di questa falsa dottrina. (Delectus Actorum, ecc., T. 1,
pagg. 177-178.)


Nello stesso periodo, alla fine del IV secolo, un nuovo fatto, a conferma
dello stato della Chiesa in Gallia, ci dice che anche la Lombardia aveva i
suoi fedeli oppositori alle immagini e ad altre novità. Il Vigilante (o
Vigilantius – https://fr.wikipedia.org/wiki/Vigilance_de_Calagurris#cite_note-1),

un uomo
istruito, sebbene San Gerolamo suggerisca il contrario, originario di
Comminge in Aquitania (odierna Saint-Martory), era un sacerdote che aveva
esercitato le sue funzioni a Barcellona o nelle vicinanze. Dopo aver
fatto un viaggio  in Oriente, si trovò in
presenza di San Girolamo, famoso eremita. Fu invano che il cenobita
cercò di convincere il Vigilante e di zittirlo per convincerlo sulle
reliquie, sui santi, sulle immagini, sulle preghiere a loro rivolte, sulle
candele tenute accese sulle tombe, sui pellegrinaggi, sul digiuno, sul
celibato dei sacerdoti, sulla vita monastica, ecc., Il Vigilante fu
irremovibile. Sembra che al suo ritorno, il sacerdote contrario alle
nuove dottrine si stabilì in Lombardia, forse pensiamo anche nelle Alpi Cozie (
2), dove trovò rifugio. È lo stesso San Girolamo
che ci fa sapere in una delle sue lettere a Ripaire. “Ho visto qualche
tempo fa, questo mostro chiamato Vigilante”. Ho voluto, con
passaggi delle Sacre Scritture, incatenare questo furioso, come con legami che
consiglia Ippocrate, ma se ne è andato, si è ritirato, si è allontanato
velocemente, è fuggito e mi ha gridato dal luogo dove si trova nelle Alpi dove regnava Cottus e dalle onde
dell’Adriatico: Che crimine! Ha trovato dei vescovi complici della sua
furfanteria.  “(Hieronimus ad Riparium, contra Vigilantium, t. II,
p. 158, ecc.).

In questo
passaggio possiamo vedere che i vescovi della Lombardia approvarono il Vigilante
e, come lui, si opposero all’introduzione degli errori sopra
menzionati. In Lombardia, a quanto pare, numerose chiese avevano quindi
più o meno conservato una sana dottrina.

La lunga e
perseverante resistenza da parte di certi cristiani  all’invadenza degli errori della Chiesa
romana è così indubbia, che vediamo, alla fine del VI secolo, Sereno, vescovo
di Marsiglia, bandire con successo le immagini dalla sua diocesi. Lo apprendiamo
da una lettera di Gregorio Magno, che fu papa dal 590 al 604: “Abbiamo saputo”,
ha scritto, “che animato da uno zelo sconsiderato, avete rotto le
immagini dei santi, con il pretesto che non dovevano essere venerati. In
verità, vii avremmo approvato del tutto, se aveste (solo) proibito di adorarli; ma vi incolpiamo per averli infranti…
Perché un cosa è adorare un dipinto, un’altra quella di imparare cosa adorare
dalla storia di quel dipinto”. (Delectus Act., Etc., t. I, p. 443.).

Questa
lettera mostra che non solo il culto delle immagini, e di conseguenza molte
altre alterazioni della sana dottrina, non avevano ancora completamente
invaso la Chiesa, ma che anche i bravi papi esitavano a raccomandarli nella
loro forma. più biasimevole.

Verso la
metà del VIII secolo, la lotta della fedeltà contro gli errori persiste. La
vediamo sorgere tra i prelati francesi e Bonifacio, apostolo della
Germania. Claudio Clemente, Sidonio,
Virgilio, Sansone e Aldeberto in testa, rimproveravano a Bonifacio di aver
diffuso i seguenti errori: il celibato dei sacerdoti, il culto delle
reliquie, il culto delle immagini, il primato dei papi, le messe per i morti,
il purgatorio, ecc. 
Per questo motivo, gli autori cattolici
romani li accusavano di eresia e in particolare rimproveravano Aldeberto di
aver giudicato inutili l’imposizione delle mani, i segni della croce e altre
cerimonie allora già praticate nel battesimo.

La X
epistola di Papa Zaccaria a Bonifacio sull’esistenza nella Chiesa di una
forte opposizione alle invadenze del culto romano, e persino su quella di un
diverso e più evangelico culto cristiano, è così molto precisa per non citarla
qui di seguito:

“Quanto ai sacerdoti, si dice,
che la vostra fraternità
 (fratelli) riferisce di aver trovato in
maggior numero dei cattolici, mascherati sotto il nome di vescovi o preti,
non ordinati da vescovi cattolici, che prendono in giro il popolo, e confondono
i ministeri della Chiesa e li turbano, falsi uomini, vagabondi, adulteri,
omicidi, effeminati, sacrileghi, ipocriti, la maggioranza schiavi della
tonsura, fuggiti dai loro padroni, servi del diavolo trasformati in ministri
di Cristo, che vivono a loro piacimento, senza vescovi, avendo i loro partigiani
per difensori contro i vescovi, in modo che non attacchino  i loro costumi criminali, che si riuniscono separatamente
un popolo loro complice  per esercitare
il loro falso ministero, non in una chiesa cattolica, ma in luoghi selvaggi,
in cantine di campagna dove la loro maldestra follia può essere nascosta ai
vescovi”.

(Sacrô-sancta
Concilia … studio Ph. LABEI, ecc., T. VI col. 1519.)

 

Non
pensiamo che sia necessario giustificare (testo originale: lavare) i
sacerdoti di cui stiamo parlando accusati di adulterio, omicidio, sacrilegio
e ipocrisia; tutti sanno che gli scrittori della Chiesa romana non hanno
mai risparmiato epiteti ingiuriosi e calunnie ai loro avversari. A noi
basta aver sottolineato nella lettera di un papa dell’VIII secolo l’esistenza
di preti e cristiani riuniti in assemblee religiose non soggette al giogo di
Roma.

 

Dobbiamo
anche menzionare la vivace opposizione degli stati di Carlo Magno, suscitata
dalle decisioni del secondo consiglio di Nicea nel 787, favorevoli al culto
delle immagini e  altre come il segno
della croce, che furono respinte dal consiglio di Francoforte nell’anno 794,
nonostante la presenza dei legati papali. I prelati del secondo Concilio
di Nicea, avendo anatemizzato e dichiarati eretici quelli che non adoravano
le immagini, Carlo Magno osservò che in tal modo avevano anche anatemizzato e
dichiarato eretici i loro padri, e che essendo stati consacrati da loro, la
loro consacrazione era dunque vana, cioè non erano veri
sacerdoti. (DUPIN, Nouv. Bibl., Etc., t. V, p. 148.)

Uno dei fatti più salienti della resistenza nella
Chiesa fedele, contro gli errori di cui Roma fu il centro, fu l’episcopato
di Claudio di Torino . Esso
è un fanale che illumina la notte di quei tempi lontani e che riflette su di
noi la sua bella e brillante luce. Nella sua chiarezza scorgiamo in
lontananza in queste Valli Valdesi, la sacra fiamma del Evangelo che Claudio
di Torino aveva ravvivato e mantenuto, che continuerà a purificare i cuori,
mentre nella pianura l’umida nebbia dell’eresia romana l’avrebbe spenta.

Claudio (3), già prima cappellano di Ludovico il Pio, durante
la vita di Carlo Magno, fu poi nominato vescovo di Torino dal primo di questi
principi, intorno all’anno 822, sotto il pontificato di Pascal I, deceduto il
13 maggio 824, amministrò la sua diocesi fino all’839, anno probabile della
sua morte. Era un predicatore eloquente e esperto nella conoscenza della
Parola di Dio, che ha esercitato un ministero attivo e fecondo per
diciassette anni e, come dimostra eloquentemente la sua attività, ha fatto
scomparire dalle basiliche tutte le immagini. Insidiato dai sostenitori
di questo culto, sconosciuto alla primitiva Chiesa, scrisse alcuni libri per
rispondere agli avversari esterni. Questi scritti si sono persi, ad
eccezione di alcuni brani che Giona di Orléans, il suo avversario, ha
conservato per noi. Sebbene incompleti e mutilati essi rimangono
una brillante testimonianza della sua dottrina predicata per diciassette
anni, negli stessi paesi in cui in seguito la troveremo professata dai Valdesi. I
passaggi che citeremo dimostreranno che Giona di Orléans non fece una gran concessione,
nell’ammettere che Claudio di Torino aveva una certa conoscenza delle Sacre
Scritture.

Lo scritto
di Claudio di Torino che Jonas d’Orléans ha  conservato per noi, così come quello di Dungal
(di Bobbio), è intitolato: Risposta apologetica di Claudio vescovo, all’abbate
Teodomiro (https://fr.wikipedia.org/wiki/Th%C3%A9odemir_de_Cordoue?veaction=edit).

“Ho
ricevuto”,
ha scritto, “da un certo corriere  (t. orig. porteur) (4) di campagna, la tua lettera piena di chiacchiere e
sciocchezze con aggiunte in cui dichiari di essere stato disturbato, in un
certo senso, e  a mia vergogna, dalla
voce che si è così diffusa dall’Italia fino a  tutta la Gallia e in Spagna, che predico per
formare una nuova setta, contro la regola di fede cattolica, il  che è del tutto falso; e non è una
meraviglia, se i membri di Satana parlano di me in questo modo, dal momento
che hanno definito seduttore  e demone
il nostro capo. Perché non insegno una nuova setta, io che rimango
nell’unità (della Chiesa) e che proclamo la verità. Ma per quanto sia
dipeso da me, ho soffocato sette, scismi, superstizioni ed eresie, e li ho
combattuti, schiacciati, rovesciati,  e
coll’aiuto di Dio, continuo a respingerli fino a quando posso. Da allora,
mio malgrado, ho assunto l’onere dell’episcopato e, inviato da pio Luigi,
figlio della santa Chiesa di Dio, sono arrivato in Italia, ho trovato a
Torino tutte le basiliche piene di sozzure da condannare e immagini, contrarie
all’ordine della verità; e con tutto ciò che si adorava, da solo li ho abbattuti,
ed è solo su di me che si sono scagliati. Ecco perché tutti hanno aperto
la bocca per calunniarmi; e se il Signore non mi avesse aiutato,
avrebbero potuto divorarmi vivo. Infatti è  chiaramente detto: non ti farai alcuna
immagine di quelle cose  che sono nei
cieli, né sulla terra, ecc.,

Non
pretendiamo, dicono quelli contro i quali noi difendiamo la Chiesa, che
l’immagine adorata abbia qualcosa di divino, ma la adoriamo con il rispetto
dovuto a ciò che essa rappresenta. Al che noi rispondiamo: che se le
immagini dei santi sono adorate con un culto diabolico, i miei avversari non hanno
abbandonato gli idoli, ma non hanno fatto altro che cambiare loro il
nome. Quindi se scrivi o dipingi sui muri le immagini di Pietro, Paolo,
Giove, Saturno o Mercurio, non sono né dei, né apostoli; nemmeno degli
uomini; il nome viene cambiato, ma l’errore rimane e rimane per sempre,
nel senso che hanno un’immagine di Dio privata della vita e della ragione;
invece di immagini di animali, o più esattamente, invece di pietra e di legno.

Dobbiamo
quindi considerare che, se non dobbiamo adorare né servire le opere della
mano di Dio, a maggior ragione non dobbiamo adorare né servire le opere delle
mani degli uomini, tanto meno adorarle a motivo di chi si pretende che  esse rappresentino. Perché se
l’immagine che adori non è Dio, non devi in ​​alcun modo adorarla, né
prestarti all’adorazione di santi che non prendono affatto onori divini.

Quindi
dobbiamo ricordare questo, che tutti coloro che concedono onori divini, non
solo alle immagini visibili, ma a qualsiasi creatura, sia celeste che
terrestre, spirituale o fisica, e che si aspettano la di lei salvezza che
viene da solo da Dio, sono di quelli di cui parla l’Apostolo quando dice: Hanno
servito la creatura piuttosto che il Creatore.

Perché ti
umili e ti inchini a immagini vane? Perché curvi il tuo corpo di fronte
a simulacri insensati, terrestri e schiavi? Dio ti ha creato in piedi, e
mentre gli animali si chinano verso la terra, vuole che tu alzi gli occhi al
cielo e guardi al Signore. Lì è dove devi guardare; quello devi
cercare. È lassù che dobbiamo cercare Dio, per imparare a fare a meno
della terra. Eleva il tuo cuore al cielo; perché stare nella
polvere della morte davanti ad immagini insensibile che servi? Perché darti
al diavolo per esse e con esse? Mantieni la posizione dritta in cui sei
nato; mantieniti come Dio ti ha creato.

Ma ecco
cosa dicono i disgraziati settari della falsa religione e della superstizione. È
in memoria del nostro Salvatore che serviamo, onoriamo e adoriamo la croce
dipinta o eretta in suo onore. Nulla quindi è loro gradito nel nostro
Salvatore se non ciò che è piaciuto anche ai malvagi, l’obbrobrio  della sua passione e l’ignominia della sua
morte. Credono le stesse cose in cui credono i malvagi, sia ebrei che
pagani, che rifiutano la sua risurrezione e possono solo considerarlo come
torturato e nei loro cuori lo vedono sempre nell’agonia della passione, senza
pensare a cosa dice l’Apostolo, e senza capire questa parola: avevamo
conosciuto Cristo secondo la carne, ma ora non lo conosciamo più in questo
modo.

Ecco cosa
rispondere a queste persone. Che se vogliono adorare qualsiasi legno tagliato
a forma di croce, perché Cristo è stato appeso alla croce, ci sono molte
altre cose che Cristo ha fatto mentre era nella sua carne e che farebbero
meglio ad adorare.

Infatti  non era rimasto appeso alla croce che per
sei ore, mentre aveva trascorso nove mesi nel grembo di una
vergine; quindi adoriamo le vergini, perché è stata una vergine che ha
dato alla luce Gesù Cristo. Adoriamo le greppie, poiché subito dopo la
nascita giaceva in una greppia. Adoriamo vecchi stracci, poiché era
fasciato di stracci. Adoriamo i battelli, poiché navigava spesso, che
insegnava alle squadre di barcaioli da bordo di una barca, che dormiva su una
barca e da una barca ordinò di gettare la rete per una pesca
miracolosa. 

Adoriamo
gli asini, visto che è entrato in Gerusalemme cavalcando un
asino. Adoriamo gli agnelli, poiché è scritto di lui: ecco l’Agnello di
Dio che toglie i peccati del mondo. Ma questi  perversi creatori di dogmi vogliono divorare
gli agnelli viventi e adorarli dipinti sui muri. Adoriamo i leoni,
perché di lui è scritto: ha vinto il leone di Giuda, della stirpe di Davide. –
Adoriamo le pietre, poiché, sceso dalla croce, fu posto in un sepolcro di
pietra e l’Apostolo disse di lui: Ora questa roccia era Cristo. Ma
Cristo è  chiamato roccia, agnello,
leone, in senso figurato e non letterale. Adoriamo le spine dei rovi,
poiché da qui proviene la corona di spine posta sulla sua testa, al momento
della sua passione. Adoriamo le canne, poiché hanno fornito ai soldati
uno strumento per colpirlo. Infine, adoriamo le lance, dal momento che
uno dei soldati lo ha colpito con una lancia al fianco da cui è sangue e
acqua. 

Questo è
tutto ridicolo; sarebbe meglio deplorarlo piuttosto che
scriverlo. Contro gli sciocchi siamo costretti a dire delle sciocchezze
e lanciare contro cuori di pietra, non i contenuti o le massime della Parola,
ma proiettili di pietra. Convertitevi, prevaricatori che vi siete sottratti
alla verità, che amate la vanità e che siete diventati inutili, che
crocifiggete di nuovo il Figlio di Dio e lo esponete all’ignominia, ed avete
reso una moltitudine di anime complici di demoni, allontanandole dal loro
Creatore, con i detestabili sacrilegi delle vostre immagini, abbattendoli e precipitandoli
in una dannazione eterna.

A queste
persone Dio chiede una cosa e ne fanno un’altra. Dio comanda di portare
la croce, non di adorarla. Questi vorrebbero adorarla e non la portano né
 fisicamente, né spiritualmente.  Servire
Dio in questo modo vuol è allontanarsi da lui. L’ha detto proprio Lui:
chi vuole venire dietro  me, rinunci a
se stesso, prenda la sua croce e m segua, probabilmente perché chi non
rinuncia a se stesso non si avvicina a colui che è al di sopra di lui, di cui
non riesce a cogliere ciò che gli sta accadendo, a meno che prima  non abbia imparato a conoscerlo.

Quanto a
ciò che mi rimproveri, il fatto che impedisco il mondo di correre in
pellegrinaggio a Roma per fare penitenza, non stai dicendo la verità. Infatti,
non approvo il viaggio, perché so che non danneggia tutti e che non è utile a
tutti; che non giova a tutti e che non è dannoso per
tutti. Innanzitutto voglio chiederti se riconosci che andando a Roma stai
facendo penitenza. Perché per tanto tempo hai condannato così tante anime,
trattenendole nel tuo monastero, ricevendole lì per far penitenza, dopo
averle obbligate a servirti, invece di inviarle a Roma? Tu pretendi di avere
centoquaranta monaci, che sono venuti tutti da te per fare penitenza, che si
sono dati al monastero e nessuno di loro ha ricevuto il permesso di
andare a Roma. Se è così, che tu hai impedito loro di  andare a Roma per fare penitenza, cosa dirai
contro questa dichiarazione del Signore: Chiunque abbia messo un ostacolo a
uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che una mola fosse appesa al
collo e gettato sul fondo del mare. Non c’è scandalo più grande che impedire
a un uomo di seguire un sentiero che può portare alla felicità eterna.

Sappiamo
bene che questa frase dell’Evangelo è molto mal capita: tu sei Pietro e su
questa pietra edificherò la mia Chiesa e ti darò le chiavi del regno dei
cieli. È in virtù di queste parole del Signore che una torba ignorante,
trascurando tutta l’intelligenza spirituale, desidera andare a Roma per
ottenere la vita eterna. Chiunque capisca correttamente le chiavi del
regno dei cieli, non cerca un’intercessione locale di San
Pietro. Infatti, se esaminiamo il valore delle parole del Signore, questo
non è stato detto solo a San Pietro. Tutto ciò che legherai sulla terra sarà
legato in cielo e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà siolto in
cieli. In effetti, questo ministero appartiene a tutti i veri sorveglianti
e pastori della Chiesa, che lo esercitano mentre sono in questo
mondo; e quando hanno pagato il debito della morte, altri prendono il
loro posto e godono della stessa autorità e lo stesso potere. Tu
aggiungi anche l’esempio di David: al posto dei tuoi padri, ti sono nati dei figli
e li stabilirai principi su tutta la terra.

Ritornate,
ciechi, alla vostra luce. Ritornate a colui che illumina ogni uomo che
viene al mondo. Questa luce brilla nelle tenebre(
5) e le tenebre non l’hanno capita. Per tanti
che voi siate, voi tutti, che, non vedendo o non guardando questa luce,
camminate nell’oscurità e non sapete dove state andando, perché l’oscurità ha
accecato i vostri occhi, ascoltate; sciocchi che state andando verso
Roma, cercando l’intercessione dell’Apostolo, ascoltate, tra le altre cose,
ciò che dice sant’Agostino, nel libro IX della Trinità: “vieni con me, e
considera perché amiamo l’Apostolo: è per via della sua figura umana che
conosciamo molto bene? È perché crediamo che fosse un
uomo? Certamente no, altrimenti non avremmo più nulla da amare, dal
momento che quell’uomo non esiste più; la sua anima ha lasciato il suo
corpo. Ma crediamo che ciò che amiamo in lui sia ancora vivo. Se il
fedele deve credere a Dio e a quanto promette, quanto più quando giura e
dice: Che se ci fossero nel mezzo di questa città Noè, Daniele e Giobbe,
vale a dire, se i santi che invocate fossero pieni di santità, di un merito e
una giustizia grande come la loro, non sacrificherebbero né figlio né
figlia. Ed è per questo scopo che lo dichiarò; cioè che nessuno
dovrebbe fidarsi né dei meriti, né dell’intercessione dei santi, perché se
non persevera nella fede, nella giustizia, nella verità in cui hanno
perseverato e nella quale Dio si è compiaciuto, non può essere
salvato. Quanto a voi, che cercate l’intercessione dell’Apostolo andando
a Roma, ascolta ciò che sant’Agostino, così spesso citato,

 

 dice contro di te santità, merito e
giustizia grandi come questi, non avrebbero consegnato né figlio né
figlia. E fu con questo scopo che lo dichiarò; sapere che nessuno
dovrebbe fidarsi dei (
6 ): Ascoltate questo, gente perversa, pazza come
siete; per  una volta siate
avveduti: chi ha piantato l’orecchio non sentirà? Colui che ha formato
l’occhio non vedrà? Colui che punisce le nazioni, Colui che dà scienza
all’uomo, non li riprenderà?

La quinta
cosa di cui mi rimproveri, è che non ti piace che dominus Apostolicus (signor
Apostolico) si sia indignato contro me (tu parli del defunto vescovo di Roma,
Pascal), e che abbia onorato il mio incarico. Ma siccome apostolico vuol
dire, in un certo senso, il custode d’apostolo, non significa  certo chiamare apostolico chi siede sulla
cattedra dell’Apostolo, ma colui che riempie le funzioni di
apostolo. Quanto a coloro che occupano questa cattedra senza adempierne i
doveri, il Signore ha detto: Gli scribi e i farisei sono seduti sul trono di
Mosè; guardate e fate quello che vi dicono – ma non fate come loro,
perché dicono e non lo fanno. “(Matth., XXIII, v. 2, 3. – Vedi
Maxima Bibliotheca, PP, t. XVI, col. 139 – 169 e seguenti).

Un’attenta
lettura di questa lettera mostra chiaramente il carattere cristiano ed eminentemente
evangelico di Claudio di Torino. Vediamo lì, che la fonte da cui trae il
suo coraggio e la sua fedeltà, è la Parola di Dio, e possiamo concludere che dall’uso
continuo che fa della Scrittura nei suoi scritti, egli l’ha molto predicata (
7) e diffusa nella sua diocesi; che doveva dare
un nuovo impulso allo studio delle sacre scritture, – per sollecitare i
ministri della religione ad insegnare solo ciò che contengono e per condurre
le pecore affidate alle sue cure all’unico Pastore celeste che può pascolarli
e salvarli per sempre.

È facile
immaginare l’immensa influenza che un tale uomo ha dovuto esercitare durante
un episcopato di circa diciassette anni. E quando anche riuscissimo a
dimostrare, cosa impossibile, che il suo lavoro era isolato, senza
precedenti, senza notevoli conseguenze; se si dimostrasse che tutti i
vescovi che lo seguivano lavoravano per distruggerlo, rimarrebbe comunque il
fatto che era vero e ci rimarrebbe sempre di più la possibilità, molto più della
probabilità, che (la sua convinzione) si sarebbe perpetuata dopo di lui in
molti cuori, o almeno in qualche parte della sua vasta diocesi, nelle valli
delle Alpi valdesi, per esempio, meno esposte della pianura all’improvvisa influenza
(orig. invasione) dell’autorità dei papi.

Ma questa estrema
supposizione di un ministero insolito non è, né vera, né
sostenibile. Claudio di Torino non era un innovatore. Il suo lavoro
non è stato isolato. Tutto ciò che abbiamo riportato sulla resistenza
della Chiesa fedele lo dimostra. Fu proprio in queste stesse regioni, o una
nelle regioni limitrofe, che il Vigilante aveva trovato rifugio con i vescovi
che professavano come lui una dottrina contraria al culto di immagini e di santi,
a cerimonie su tombe, a pellegrinaggi, a digiuni, al celibato dei sacerdoti e
 alla vita monastica. Non
dimentichiamo che Sereno, dall’altro lato delle Alpi, all’inizio dell’VII
secolo, aveva realizzato un’opera simile a quella di Claudio di Torino, nella
diocesi di Marsiglia; che nell’VIII secolo, molti prelati francesi si
erano opposti all’introduzione degli stessi errori e di alterazioni
dottrinali predicati da Bonifacio. Infine, abbiamo ricordato che la
maggioranza dei vescovi dei vasti stati di Carlo Magno, di cui Torino e il Piemonte
facevano parte, avevano resistito, nel consiglio di Francoforte, del 794, alle
richieste, preghiere e ordini dei legati papali, respingendo il culto di
immagini che Claudio di Torino bandì dalla sua diocesi (
8).

No, l’opera
di questo devoto vescovo non era isolata. A quel tempo, la lotta contro
gli errori di Roma continuava vigorosamente in vari paesi, e se i partigiani
del culto delle immagini qualche volta avevano avuto la vittoria, poiché
sembra che l’avessero avuta durante l’episcopato del predecessore di Claudio
di Torino, fu presto rivista e contestata e spesso rimossa. Lo stesso
padre Pagi, nel suo Abrégé d’Histoire chronologique, critique, ecc., citando
Denys di Padova, dopo aver fatto alcune confessioni piuttosto curiose
sull’introduzione delle immagini(
9), per presunti motivi che la giustificavano agli
occhi dei cattolici romani, riconosce: “Che non ci sono prove che questa
(introduzione) sia avvenuta ovunque, né allo stesso modo – ma che sia stata
fatta prima qui, poi là, secondo l’accoglienza e la natura delle persone, e
secondo coloro che li governavano giudicandola appropriata (expedire
judicabant).
(V. Beviarium hisiorico-chronologicum, ecc., RP PAGI, 1, da P. 521 a P.
524. – § XXII.)

Ma le
stesse parole di Claudio, nella sua lettera all’abbate Teodomiro, ci fanno
vedere con chiarezza che il vescovo di Torino ha continuato in quest’opera:
“Non insegno una nuova setta”, scrive, “Io che rimango
nell’unità e proclamo la verità. Per quanto mi è stato possibile, ho represso
sette, scismi, superstizioni ed eresie, e ho combattuto, schiacciato,
rovesciato e, aiutato  da Dio per quanto
dipendesse da me, e continuo a rovesciarli”. Chi non vedrebbe che,
contrastando nella sua diocesi il culto delle immagini, Claudio di Torino ha
ritenuto di rimanere nell’unità, difendendo la verità, la verità ancora
conosciuta e ancora venerata? Chi non vedrebbe che riformando gli abusi che
si erano già introdotti, Claude di Torino ha voluto reprimere una setta,
forse invasiva, ma in fondo una setta, combattere uno scisma, impedire delle
superstizioni ed un’eresia?

Il vigore
delle espressioni che Claudio di Torino usa per designare i partigiani del
culto delle immagini e l’energia delle sue ammonizioni, ci mostrano anche un
uomo che attacca il nemico, piuttosto di difendersi, tanto si sente al sicuro
della forza della sua posizione contro quel pericolo. Lo sdegno con cui
parla delle pretese di Roma e del Papa (
10), che paragona agli scribi e ai farisei seduti sul
pulpito di Mosè, non solo ci dà la misura del suo coraggio, ma anche quella
della sua forza.

Infine, per
completare la dimostrazione che l’opera di Claudio di Torino non è quella di
un innovatore isolato, senza antecedenti all’interno come all’esterno della diocesi,
è il suo pieno successo. Le immagini furono rimosse da tutte le
basiliche; è vero, con grande dispiacere di coloro che lo hanno
sottolineato, ma senza che questo atto abbia suscitato ovunque un’opposizione
seria. Sembrerebbe addirittura che, poiché si parla solo della loro
espulsione dalle basiliche, il culto delle immagini non avesse ancora invaso
le campagne, ma solo Torino, e forse le città importanti della diocesi. Ognuno
capirà che un’opera compiuta, quasi senza resistenza, in un territorio
immenso, suppone l’adesione della massa del clero e della Chiesa a
quest’opera. E, se si pensa che Claudio amministrò la sua diocesi per almeno
15 anni, ci si convincerà che il suo zelo e la sua fedeltà, assecondati da un
clero intelligente e devoto, per amore dei fedeli e deella  coscienza del popolo, hanno dovuto imprimere
alla causa delle sane dottrine e della vita cristiana un movimento che non
poteva fermarsi così presto.

Potrebbe
non essere senza interesse aggiungere a quanto sopra la testimonianza di un
moderno autore piemontese: “Comunque sia”, ha detto, “questo
vescovo di Torino, uomo eloquente e ai costumi austeri, ha avuto un grande
numero di sostenitori. Questi, anatemizzati dal papa, inseguiti dai
principi secolari, furono cacciati dalla pianura e costretti a rifugiarsi
sulle montagne, dove proseguirono da allora in poi, sempre oppressi e sempre
alla ricerca di espansione. “(Memorie storiche …. del Marchese
COSTA DE BEAUREGARD, t. II, p. 50, 3 ° mem.).

Contenuti

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ALTERAZIONE DI DOTTRINE,
ADORAZIONE E VITA DELLA CHIESA DALLA COSTANTINA.

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E XI SECOLO.

.

(1) Lo stesso papa, in una seconda lettera agli stessi prelati, denuncia
anche a loro altri sacerdoti che non sono stati educati nella Chiesa, che
vengono da altrove, da paesi lontani con costumi stranieri, che prendono le
Scritture alla lettera, che predicano novità che rifiutano la penitenza ai
morenti, senza dubbio l’assoluzione. (Da Delectus Actorum Ecclesioeae
universalis, t. I, p. 181, 182.)
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(2) Le Alpi Cozie sono a nord del Mont Viso, lo stesso in cui si
estendono le attuali valli valdesi.
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(3) Si può conoscere Claudio in Maxima Biblioth., PP, t. XVI,
p. 139 e seguenti. Era spagnolo e non scozzese, come Claudio Clemente,
menzionato sopra.
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(4) Questo è il significato che diamo qui a portitorem.http://www.info-bible.org/livres/charte/retour.gif

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(5) Questo passaggio. ricorda molto appropriatamente il motto dello
stemma dei Valdesi e, dei loro signori: una lampada illuminata nell’oscurità
con queste parole: Lux lucet in tenebris.
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(6) Queste parole, così spesso citate in Jonas d’Orléans, indicano che
questo scritto di Claudio non sia completo,?
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(7) In questo, ha ottemperato alla decisione del Consiglio di Francoforte
nel 794, poiché tutti possono essere convinti delle sue azioni.
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(8) Dobbiamo anche stare attenti al fatto che Agobard, arcivescovo di
Lione, condividesse interamente le opinioni di Claudio di Torino, suo
contemporaneo, come dimostrano i suoi scritti. (V. Maxima Bibliotheca,
PP, t. XVI, col. 241 e seguenti) 
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(9) Ammette che “nei primi tempi del cristianesimo l’uso delle
immagini sacre non era frequente” (avrebbe dovuto dire che non era
noto); aggiunge “che il motivo. o la ragione della loro
introduzione è che abbiamo visto in loro un mezzo per edificare e diffondere
il cristianesimo, quale ragione ha dovuto adottare, poiché non c’era più da
temere la superstizione degli idoli precedentemente nascosti nel
cuori. Non una parola di difesa che la Parola di Dio contiene in questo
senso.
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(10) Si può credere che il titolo di papa non fosse prevalso, altrimenti
Claude di Torino non avrebbe mancato di alluderlo. 
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Capitolo 2 – Alterazione delle dottrine, del culto e della vita della Chiesa

CAPITOLO II.

ALTERAZIONE DELLE DOTTRINE,  

DEL CULTO E DELLA VITA DELLA
CHIESA

CON COSTANTINO.

 

Panoramica
del precedente stato della Chiesa. – La pace di cui gode apre la porta
alle alterazioni. – Arianesimo. – Pelagianesimo – Lotte e deplorevoli
conseguenze. – La protezione di Costantino concessa alla Chiesa sembra
essere dannosa. – La trappola micidiale della ricchezza per il clero. –
La Chiesa soggiace alla dipendenza dell’imperatore. – Migliora
l’episcopato. – Il vescovo di Roma. – I pagani che entrano in massa
nella chiesa con le loro superstizioni. – Con l’invasione dei barbari si
rafforzano le nuove cerimonie. – L’autorità delle Sacre Scritture si è
indebolita. – Le dottrine vengono modificate e alterate; introduzione
alla Messa e di vari errori.


I semi
di un gran numero di errori erano stati notati nel periodo precedente, ma
erano stati schiacciati e fermati nel loro sviluppo, da un lato
dall’abbondanza di piante sane, vigorose e fruttifere che coprivano il
terreno della Chiesa, dall’altro per il poco spazio e tempo che le continue
persecuzioni lasciavano alle menti ristrette o ambiziose per costruire e divulgare
le loro dottrine.

Ma, giunto
un tempo di pace esterna per la Chiesa e  ottenuti molti vantaggi secolari, la vita
cristiana, la sana dottrina e il servizio divino peggiorano. Ario,
sacerdote di Alessandria, tra il 318 e il 321, emise un sistema di dottrina
che scosse alla base l’Evangelo. Egli negava la divinità di Cristo, riconoscendolo
lui solo come la prima e la più eccellente delle creature di Dio. Fin
dall’inizio, questa eresia che aveva ridotto la fede a ben poca cosa, rassicurando
confortevolmente la mente umana, fu accolta da molti con entusiasmo. Questa
eresia condannata al Concilio di Nicea, ripristinata sotto quello di Costanza,
combattuta di nuovo e con successo da quella parte della cristianità fedele,
vide tuttavia i suoi princìpi adottati da molte frazioni della
Chiesa.  Più tardi venne sostenuta e diffusa dai Visigoti, dai
Vandali, dagli Svevi e dopo i Bourguignons, invase l’Italia, la Grecia, la
Gallia, la Spagna e l’Africa.

Oltre a
molti altri errori, che qui non possono essere menzionati, ne emerge uno, nell’anno
412, i cui effetti non furono meno fatali di quelli dell’arianesimo. È
la dottrina sul libero arbitrio di Pelagio, un monaco bretone, che garantiva
a ogni uomo la facile libertà di determinare se stesso tanto per il bene quanto
per il male, vedendo nell’impero del peccato solo un’abitudine a cui la
volontà può sfuggire. Una dottrina che, esaltando la forza dell’uomo e
negando la sua incapacità di salvarsi, distrugge o almeno indebolisce
considerevolmente il dogma della redenzione attraverso Gesù Cristo, ignora
la rigenerazione e presenta la santificazione come una falsa
luce. Questo sistema, un po’ addolcito e con una sembianza cristiana, aveva
trovato molti sostenitori, nonostante il forza della fede con cui Agostino,
vescovo d’Ippona, la combatté e il riconoscimento che godeva, si insinuò senza
contrasto nelle dottrine di numerose Chiese, soprattutto in oriente e nella
Francia.

Il
risultato di queste nuove dottrine furono discussioni senza fine, lotte
deplorevoli, nella maggior parte delle Chiese e tra le varie Chies. Ci impone
di aggiungere che la vera fede, inevitabilmente, se non scomparve, appariva
comunque meno viva e soprattutto sempre più rara.

Un
grande evento influenzò potentemente i destini della Chiesa, fu la
protezione che un imperatore, Costantino il Grande, garantì ai cristiani e
la posizione che diede al cristianesimo, sia sostituendolo al paganesimo, che
dichiarandolo religione di stato. Se alcuni vantaggi, come la libertà
di culto e il riposo, furono quindi acquisiti dai cristiani, non si può
negare, tuttavia, che ne derivarono grandi mali.

Favoriti
dall’imperatore, divenuti proprietari dei templi pagani, ottenuti gli onori
e le credenziali precedentemente concessi ai sacerdoti idolatrici, con le
loro enormi ricchezze, i vescovi furono presto tentati ed esposti ad ogni
tipo di ambizione, d’amore per il mondo e del potere. Ogni funzionario
della Chiesa, seguendo il loro esempio, vista la  crescente grande considerazione dovuta ai vantaggi
esterni di cui godevano come leader, ne sognavano l’obiettivo. La
distinzione tra ecclesiastici e membri ordinari dell’assemblea si
consolidava sempre più. I dignitari optarono per un costume
particolare. Semplicità e umiltà cedettero il posto alla vanità,
all’ambizione e all’orgoglio. La carriera ecclesiastica fu l’ambizione
da un gran numero di loro per i vantaggi terrestri che derivavano 1 ).

 

Un altro
grandissimo male, dovuto alla nuova posizione assunta alla Chiesa con la
protezione dell’imperatore, fu proprio questa stessa protezione. Accettare
un protettore vuol dire riconoscere la dipendenza in ogni cosa da lui2 ). Si crede di aver ottenuto un aiuto e
invece ci si è sottoposti al suo giogo. La chiesa cristiana se ne
accorse subito. Gli imperatori intervennero nella scelta dei vescovi
delle metropoli, garantendosi la loro sudditanza e più di una volta, grazie
al numero dei loro prescelti, influenzarono le decisioni nei concili.

A fronte
dei vantaggi che gli imperatori ottenevano dalla sottomissione dei vescovi
di Roma, essi  sostenevano le loro pretese
per prevalere su tutti gli altri vescovi e facilitare la loro
vittoria. Con il loro concorso, i vescovi di Roma furono riconosciuti
nei loro titolo e nella loro pretesa di essere papi o padri di cristiani.

Anche il
culto risentì gli effetti negativi della sostituzione del cristianesimo al
paganesimo come religione di stato. Le persone idolatre che, cedendo
alla forza delle cose, avevano fatto 
professione di fede all’Evangelo, avevano portato con sé e nella
Chiesa le loro superstizioni. Pensavano di doverle concedere
qualcosa. Così si decorarono i templi; si ritornò alla
magnificenza e alla pompa degli antichi culti levitici e pagani, dai quali si
presero in prestito emblemi, immagini, statue, costumi, altari, vasi sacri
e cerimonie (3).

Con le
invasioni barbariche, questo culto cerimoniale fu ulteriormente consolidato. Si
credeva che questi popoli ignoranti e volgari, terrore della civiltà e
numerosi come gli alberi delle foreste, non potessero che essere persuasi
dalla predicazione dell’Evangelo. E l’unico mezzo pacifico per commuoverli
era quello di convincerli con lo splendore e la pomposità delle cerimonie e
del culto.

Una
volta su questa strada, sotto l’influenza di tutte queste cause, in un
periodo di disordini politici che paralizzava il pensiero e l’azione del solito
piccolo numero di uomini pii, questo culto idolatra si rafforzò e si sviluppò
al punto da invadere la chiesa latina o romana, continuando fino ad oggi.

L’autorità
delle Sacre Scritture fu indebolita dall’intrusione dei libri apocrifi nel
canone di scritti ispirati, a causa dalla crescente considerazione accordata
alle opinioni dei padri della Chiesa, o ex scrittori ecclesiastici, e dalla
pretesa dei concili di fissare il significato al testo sacro in modo
esclusivo; e infine dall’usurpazione del potere spirituale dei papi, nella
loro prestesa di essere  i successori
di san Pietro e san Paolo.

Spostando
così le basi della fede, le dottrine della Chiesa si alterarono sempre di
più e un culto arbitrario si sostituì all’adorazione in spirito e in verità. Non
ci occuperemo della storia di questi cambiamenti; non riguardano che
indirettamente il nostro racconto. Ci basti sapere che suscitarono nei
fedeli che si opposero con una resistente determinazione. Sarà quindi
sufficiente per la comprensione dei successivi eventi, ricordare che il
culto delle immagini è stato generalmente introdotto ed è diventato una
parte essenziale della religione romana. La messa, intesa a ricordare
il sacrificio del Salvatore, divenne gradualmente essa stessa un presunto
sacrificio, anche se non cruento, del corpo di Cristo per la remissione dei
peccati dei vivi e dei morti. Forse venti papi hanno sviluppato il
canone della messa e hanno immaginato certe nuove forme, alcune aggiunte a
questo cerimoniale. Una volta sulla buona strada, perché fermarsi? Ci
si inventa il purgatorio, le indulgenze, le penitenze comandate, le veglie,
i lunghi digiuni, la quaresima, le dispense, la confessione auricolare, l’estrema
unzione, l’assoluzione e le messe per i morti; tutti mezzi per legare
le anime e mantenerle in una funesta sicurezza, e per attribuire alla
Chiesa un’autorità spaventosa e ricchezze sconfinate.

Alla
fine, attraverso la dottrina della presenza reale di Gesù Cristo nel
sacramento della Cena del Signore e il culto dell’ostia, la Chiesa è
tornata all’idolatria. Costituita dai detriti del formalismo ebraico,
dalle superstizioni del paganesimo, brandelli sfigurati dell’Evangelo e
speculazioni o fantasticherie umane, la Chiesa cattolica latina, apostolica
e romana è stata in laborioso travaglio durante dieci-dodici secoli per
riunire, coordinare, riparare e sottomettere questa variegata striatura,
decorata con la pretesa qualifica di una e infallibile.

Contenuti

Pagina precedente: STATO DELLA CHIESA CRISTIANA ALL’AVVENTO DEL
COSTANTINO AL TRONO IMPERIALE.

Pagina successiva: RESISTENZA CHE NUOVE DOTTRINE E CERIMONIE SI
INCONTRANO NELLA CHIESA.

.

(1) Per capire come il potere dell’episcopato fu stabilito e ancorato,
e come la gerarchia potesse essere organizzata com’è nella Chiesa cattolica
romana, dobbiamo leggere il conte Beugnot o il conte A di Saint-Priest, che
spiega come, dopo il patrocinio concesso alla Chiesa da Costantino, il
patriziato romano invase gradualmente l’episcopato, rafforzando così la sua
preminenza nella Chiesa e nello Stato, e gettò le basi della gerarchia
cattolica. (V. Semeur, t. XIV, n. 33, pagg. Da 258 a 261.)
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(2) Un altro male molto fatale attaccato a tale protezione è che si è
addestrati a proteggere con armi carnali quello che è interamente dominio
delle armi spirituali, come la fede, ecc. 
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(3) La croce
adottata come standard divenne rapidamente un oggetto di culto, così come
lo fu la bandiera del soldato romano. 
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Libri > Storia dei Vaudois
1

Pagina 1

 

Storia della Chiesa – dalla sua origine ai nostri giorni – di Antoine Monastier –

 


STORIA DELLA CHIESA
DALLA SUA ORIGINE

E DEI VALDESI DEL PIEMONTE AD OGGI
(testo redatto nel 1846)

STORIA DELLA CHIESA


CAPITOLO I.

STATO DELLA CHIESA CRISTIAN

DALL’EVENTO DI COSTANTINO

AL TRONO IMPERIALE.

 

Grande progresso del Evangelo durante i primi tre secoli della
Chiesa. – Ostacoli durante la sua predicazione. – Pura e viva fede
dei discepoli di quel tempo. – Durante la costituzione della Chiesa primitiva,
prime manifestazioni di alcune alterazioni nell’episcopato. – Inizio
della gerarchia. – Luoghi e natura del servizio divino. –
Alterazione sul battesimo e sulla Cena del Signore. – Lotte nella
Chiesa. – Eresie. – Trionfa la pura convinzione della Chiesa. –
Le sette.


Non erano trascorsi che tre secoli dalla morte e risurrezione di Cristo il
Salvatore degli uomini, che la buona notizia della salvezza per il mondo, era
già stata annunciata in tutte le province  dell’Impero Romano ed era accolta con gioia
da una parte considerevole delle popolazioni. La fede in Gesù, Figlio
del Dio vivente, era proclamata dalle sponde del Mar Rosso a quelle
dell’Oceano, dalle sponde del Nilo a quelle dell’Ebro, a quelle del Rodano,  del Reno, del Danubio e dell’Eufrate, in
tutte le regioni bagnate dal Mediterraneo, fino in fondo alle remote valli
delle montagne iberiche, a quelle delle nostre Alpi, dell’Hermus e
dell’Atlante, specialmente in tutte le città sparse su questo immenso
territorio.

Non fu senza lotta, né senza sofferenza di questi settari, che la
religione cristiana si era diffusa gradualmente. I suoi progressi
avevano successivamente irritato e allarmato i sostenitori delle tradizioni
nazionali, coi loro riprovevoli costumi, i culti ai falsi dei,  e i dubbiosi governi dei  tirannici imperatori romani. I
cristiani, ben presto considerati nemici della loro patria e ribelli, erano
stati esposti alle più terribili persecuzioni. Migliaia e centinaia di
migliaia subirono la tortura col ferro e fuoco o dati in pasto a animali
feroci negli anfiteatri. Ma, come il grano che cade a terra solo per riprodursi
dieci volte di più, il sangue dei martiri era diventato il seme della Chiesa.
La fede confessante il nome di Cristo di questi martiri parlava ai cuori.


Durante questi primi tre secoli, la Chiesa era solo composta da uomini convinti
dalla verità dei suoi dogmi che con una vita pura, santa e devota, onoravano le
virtù di chi li aveva chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce
. Il disprezzo e l’odio, di cui i  cristiani erano oggetto da parte dei pagani,
in generale li preservavano però da una contagiosa alleanza con le persone
dedite ai vizi e  a quelle indifferenti
e, spezzando i legami con un mondo seducente, rendevano pura la loro fede, stringendosi
sempre più l’uno all’altro e al il loro Salvatore.

La Chiesa, nella sua stessa costituzione, era rimasta più o meno come ai
tempi degli apostoli. Ogni credente era membro attivo nell’assemblea,
guidata da uno o più pastori, incaricati in particolare di predicare la
Parola e vegliare sulle anime. Il pastore di una comunità cristiana o
uno di essi, se erano numerose, portava il nome specifico di vescovo, vale a
dire ispettore, che esercitava il controllo su tutti i membri del gregge che gli
davano grande fiducia per la sua pietà e il suo esempio. 

Sebbene il vescovo godesse di questo onore, esponendolo a un maggior
pericolo di persecuzione da parte dei pagani, si può notare che molti di loro
con questo ufficio non  sfuggirono completamente
alla seduzione dell’orgoglio e dell’ambizione. I pastori delle Chiese un
po’ più considerevoli avevano preferito o ottenuto  ben presto il titolo di vescovo piuttosto
che quello di anziano, e avevano facilmente assunto la supremazia sui loro
collaboratori nel loro del ministero. La fratellanza degli apostoli, nelle
loro relazioni di attività come  quella
di San Paolo per Silvano e Timoteo, fu sostituita ben presto  da una pericolosa gerarchia. Tuttavia,
l’attacco che questa tendenza avrebbe potuto portare alla brillante libertà di
fraternità cristiana, che ogni fedele doveva assumere, si era
considerevolmente attenuata, a causa della difficile attività della Chiesa
tra i pagani.

 

In quel momento comunque così benedetto, un altro pericolo interno aveva minacciato
la Chiesa nella sua costituzione e nella sua vita: la preminenza che i
vescovi di Antiochia, di Alessandria, di Cartagine e di Roma acquisivano sugli
altri vescovi, abusando dell’onore e della deferenza che avevano spesso
ottenuto . Il vescovo di Roma, in particolare, aveva più volte
rivendicato la supremazia su tutti gli altri vescovi e aspirava persino a una
certa autorità in materia religiosa. Ma queste affermazioni avevano
incontrato resistenza, rivalità e autonomia nella vita cristiana di altre
Chiese apostoliche o metropolitane.

Il culto aveva mantenuto la sua semplicità fin dai primi tempi.
Si svolgeva in edifici particolari, e spesso in segreto, o in isolamento. Tuttavia
furono costruiti alcuni templi alla fine del IV secolo. Preghiere,
canti, lettura e predicazione della Parola di Dio e celebrazione della Cena
del Signore erano gli atti ordinari del servizio divino. I cristiani,
testimoni del fasto pagano, aborrendo l’idolatria, avevano escluso nei luoghi
dei loro incontri qualsiasi immagine e nel loro culto ogni vana
cerimonia. Tuttavia, alcune pratiche, come l’uso di abiti bianchi,
l’unzione e la presenza dei padrini, erano state introdotte nell’amministrare
il battesimo e la Cena del Signore, celebrata in ricordo di coloro che erano
morti nel Signore e come un segno di perpetua comunione con loro, a volte erano
degenerate in cerimonie a loro vantaggio.

Per quanto riguarda la dottrina, la Chiesa aveva già avuto grandi lotte da
sostenere all’esterno e all’interno. All’esterno, contro gli attacchi dei
filosofi pagani e di alcuni ebrei, e all’interno specialmente contro gli
errori spesso propagati da uomini pii, ma dominati da un’idea fissa, da
un’opinione particolare e non conforme alla vera fede della
Chiesa. Isolati sostenitori di una nuova dottrina, divennero rapidamente
leader di una setta, grazie all’esercizio dei loro talenti, l’efficacia della
loro persuasione, la stessa stranezza dei loro insegnamenti, che operavano su
uomini il cui modo di pensare, la tendenza o le circostanze erano simili alle
loro. Divergenze di dottrine, eresie, costituzione di sette all’interno
della Chiesa visibile non dovrebbero ancora oggi sorprendere coloro in chi un’immaginazione
fertile, una ragione orgogliosa e particolari preoccupazioni oscurano la verità
e che la professione del Evangelo non ha sempre guarito queste infelici tendenze
di questi che, volendo essere qualcosa o qualcuno, non accettavano di essere
considerarti poveri in  spirito. Non stupiamoci quindi che la
Chiesa cristiana dei primi tre secoli abbia dovuto difendere la verità dalle
eresie nate e sostenute al suo interno. Rallegriamoci solo delle sue vittorie, poiché, vivificata dall’alto dal suo capo divino, a cui si
rivolgeva con fede, nei suoi dolori e nelle sue lotte, come nei suoi giorni
di prosperità, aveva conservato nella fede e nell’amore che è in Gesù Cristo il
modello di solide dottrine.

Il formalismo e l’ascetismo degli ebioniti (n.d.t. (ebr. ‘ebyōnīm) Corrente di giudeo-cristiani dei primi secoli
(«poveri»). Negavano la divinità di Gesù, che ritenevano figlio adottivo di
Dio, e rigettavano gli scritti di san Paolo, considerandolo un apostata.
),
gli sforzi degli gnostici per trasportare l’anima inquieta al di sopra dei
limiti naturali di questo mondo, la loro pretesa di spiegare tutto, e le loro
ambiziose speculazioni , così come il dualismo dei manichei,  avevano lasciato il posto, al potere della
semplice fede in Gesù Cristo e nella vita cristiana che opera. Ridotti
allo stato di setta, questo servì a proteggere i fedeli dai pericoli dagli
sconfinamenti dello spirito
oltre i limiti stabiliti dalla Parola
scritta.

Contenuti

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EPITRE DEDICATORIA . PREFAZIONE

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ALTERAZIONE DELLE
DOTTRINE, ADORAZIONE E VITA DELLA CHIESA DALLA COSTANTINA.