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CAPITOLO III
RESISTENZA
CHE LE NUOVE LE DOTTRINE
E CERIMONIE INCONTRANO
NELLA CHIESA.
Come si
manifesta questa resistenza. – Da dove viene questa resistenza? –
Segnalazione di Papa Celestino in Gallia. – Apparizione in Lombardia durante
la Vigilanza. – Continua in Francia sotto Sereno. – In
Germania. – Lettera di Zaccaria su questo punto. – Riflessioni. –
Opposizione contro le immagini sotto Carlo Magno. – Episcopato di Claudio a Torino . – Informazioni su
Claudio di Torino. – Estratti dei suoi scritti. – Natura del
ministero di Claudio a Torino. – Effetti del suo ministero nelle Valli
valdesi. – Considerazioniin appoggio. – Testimonianze.
La Chiesa
cristiana coi suoi membri sani non abbandonò la retta via della sana
dottrina, la purezza e la semplicità della vita in Cristo, senza reagire con una
lunga resistenza. Chi potrà raccontare tutti gli sforzi fatti per scampare
a una così grande sventura? Chi dirà tutto ciò che è stato tentato per prevenire un tale naufragio, per fermare una
così grande rovina? I documenti che ci cono arrivati su questo punto
sono pochi e ci sono pervenuti solo attraverso la parte vincente. Siamo
ridotti a spigolare in quel campo le poche spighe che non potevano essere
nascoste ai nostri occhi. E spesso, dobbiamo ammetterlo, troviamo solo
un vuoto, dove invece avremmo voluto raccogliere un covone.
La
resistenza alla penetrazione di errori di ogni tipo sovente iniziava dai
ranghi più alti della Chiesa, ma più spesso ancora dai ranghi
inferiori. La si vide formarsi sia nelle assemblee dei vescovi, che in
seno alle congregazioni e nei cuori di semplici sacerdoti o umili fedeli.
Papa Celestino I, scrivendo ai vescovi delle province viennesi e della narbona
in Gallia, tra gli anni 423 e 432, si lamentò con loro del permesso concesso
ai sacerdoti stranieri di predicare a loro piacimento e di sollevare questioni
indisciplinate che hanno portato a discussioni nella Chiesa (1). Colpisce il fatto che non si specifica
l’oggetto della sua denuncia. Tuttavia, alla fine della sua lettera
chiarisce che si tratta di una questione di santi e che i predicatori in
questione non sono favorevoli agli errori propagati su questa
dottrina. Ecco le sue espressioni: “Tuttavia”, egli dice,
“non dovremmo essere sorpresi se – coloro che si sforzano di distruggere
il ricordo dei nostri fratelli ora in pace – osano cose simili verso i
vivi”. Da questo fatto, ci sembra, possiamo concludere che le Chiese della
Gallia non erano allora favorevoli alle immagini e all’invocazione dei santi
e che un numero considerevole di sacerdoti resistette coraggiosamente alla
propagazione di questa falsa dottrina. (Delectus Actorum, ecc., T. 1,
pagg. 177-178.)
Nello stesso periodo, alla fine del IV secolo, un nuovo fatto, a conferma
dello stato della Chiesa in Gallia, ci dice che anche la Lombardia aveva i
suoi fedeli oppositori alle immagini e ad altre novità. Il Vigilante (o
Vigilantius – https://fr.wikipedia.org/wiki/Vigilance_de_Calagurris#cite_note-1),
un uomo
istruito, sebbene San Gerolamo suggerisca il contrario, originario di
Comminge in Aquitania (odierna Saint-Martory), era un sacerdote che aveva
esercitato le sue funzioni a Barcellona o nelle vicinanze. Dopo aver
fatto un viaggio in Oriente, si trovò in
presenza di San Girolamo, famoso eremita. Fu invano che il cenobita
cercò di convincere il Vigilante e di zittirlo per convincerlo sulle
reliquie, sui santi, sulle immagini, sulle preghiere a loro rivolte, sulle
candele tenute accese sulle tombe, sui pellegrinaggi, sul digiuno, sul
celibato dei sacerdoti, sulla vita monastica, ecc., Il Vigilante fu
irremovibile. Sembra che al suo ritorno, il sacerdote contrario alle
nuove dottrine si stabilì in Lombardia, forse pensiamo anche nelle Alpi Cozie (2), dove trovò rifugio. È lo stesso San Girolamo
che ci fa sapere in una delle sue lettere a Ripaire. “Ho visto qualche
tempo fa, questo mostro chiamato Vigilante”. Ho voluto, con
passaggi delle Sacre Scritture, incatenare questo furioso, come con legami che
consiglia Ippocrate, ma se ne è andato, si è ritirato, si è allontanato
velocemente, è fuggito e mi ha gridato dal luogo dove si trova nelle Alpi dove regnava Cottus e dalle onde
dell’Adriatico: Che crimine! Ha trovato dei vescovi complici della sua
furfanteria. “(Hieronimus ad Riparium, contra Vigilantium, t. II,
p. 158, ecc.).
In questo
passaggio possiamo vedere che i vescovi della Lombardia approvarono il Vigilante
e, come lui, si opposero all’introduzione degli errori sopra
menzionati. In Lombardia, a quanto pare, numerose chiese avevano quindi
più o meno conservato una sana dottrina.
La lunga e
perseverante resistenza da parte di certi cristiani all’invadenza degli errori della Chiesa
romana è così indubbia, che vediamo, alla fine del VI secolo, Sereno, vescovo
di Marsiglia, bandire con successo le immagini dalla sua diocesi. Lo apprendiamo
da una lettera di Gregorio Magno, che fu papa dal 590 al 604: “Abbiamo saputo”,
ha scritto, “che animato da uno zelo sconsiderato, avete rotto le
immagini dei santi, con il pretesto che non dovevano essere venerati. In
verità, vii avremmo approvato del tutto, se aveste (solo) proibito di adorarli; ma vi incolpiamo per averli infranti…
Perché un cosa è adorare un dipinto, un’altra quella di imparare cosa adorare
dalla storia di quel dipinto”. (Delectus Act., Etc., t. I, p. 443.).
Questa
lettera mostra che non solo il culto delle immagini, e di conseguenza molte
altre alterazioni della sana dottrina, non avevano ancora completamente
invaso la Chiesa, ma che anche i bravi papi esitavano a raccomandarli nella
loro forma. più biasimevole.
Verso la
metà del VIII secolo, la lotta della fedeltà contro gli errori persiste. La
vediamo sorgere tra i prelati francesi e Bonifacio, apostolo della
Germania. Claudio Clemente, Sidonio,
Virgilio, Sansone e Aldeberto in testa, rimproveravano a Bonifacio di aver
diffuso i seguenti errori: il celibato dei sacerdoti, il culto delle
reliquie, il culto delle immagini, il primato dei papi, le messe per i morti,
il purgatorio, ecc. Per questo motivo, gli autori cattolici
romani li accusavano di eresia e in particolare rimproveravano Aldeberto di
aver giudicato inutili l’imposizione delle mani, i segni della croce e altre
cerimonie allora già praticate nel battesimo.
La X
epistola di Papa Zaccaria a Bonifacio sull’esistenza nella Chiesa di una
forte opposizione alle invadenze del culto romano, e persino su quella di un
diverso e più evangelico culto cristiano, è così molto precisa per non citarla
qui di seguito:
“Quanto ai sacerdoti, si dice,
che la vostra fraternità (fratelli) riferisce di aver trovato in
maggior numero dei cattolici, mascherati sotto il nome di vescovi o preti,
non ordinati da vescovi cattolici, che prendono in giro il popolo, e confondono
i ministeri della Chiesa e li turbano, falsi uomini, vagabondi, adulteri,
omicidi, effeminati, sacrileghi, ipocriti, la maggioranza schiavi della
tonsura, fuggiti dai loro padroni, servi del diavolo trasformati in ministri
di Cristo, che vivono a loro piacimento, senza vescovi, avendo i loro partigiani
per difensori contro i vescovi, in modo che non attacchino i loro costumi criminali, che si riuniscono separatamente
un popolo loro complice per esercitare
il loro falso ministero, non in una chiesa cattolica, ma in luoghi selvaggi,
in cantine di campagna dove la loro maldestra follia può essere nascosta ai
vescovi”.
(Sacrô-sancta
Concilia … studio Ph. LABEI, ecc., T. VI col. 1519.)
Non
pensiamo che sia necessario giustificare (testo originale: lavare) i
sacerdoti di cui stiamo parlando accusati di adulterio, omicidio, sacrilegio
e ipocrisia; tutti sanno che gli scrittori della Chiesa romana non hanno
mai risparmiato epiteti ingiuriosi e calunnie ai loro avversari. A noi
basta aver sottolineato nella lettera di un papa dell’VIII secolo l’esistenza
di preti e cristiani riuniti in assemblee religiose non soggette al giogo di
Roma.
Dobbiamo
anche menzionare la vivace opposizione degli stati di Carlo Magno, suscitata
dalle decisioni del secondo consiglio di Nicea nel 787, favorevoli al culto
delle immagini e altre come il segno
della croce, che furono respinte dal consiglio di Francoforte nell’anno 794,
nonostante la presenza dei legati papali. I prelati del secondo Concilio
di Nicea, avendo anatemizzato e dichiarati eretici quelli che non adoravano
le immagini, Carlo Magno osservò che in tal modo avevano anche anatemizzato e
dichiarato eretici i loro padri, e che essendo stati consacrati da loro, la
loro consacrazione era dunque vana, cioè non erano veri
sacerdoti. (DUPIN, Nouv. Bibl., Etc., t. V, p. 148.)
Uno dei fatti più salienti della resistenza nella
Chiesa fedele, contro gli errori di cui Roma fu il centro, fu l’episcopato
di Claudio di Torino . Esso
è un fanale che illumina la notte di quei tempi lontani e che riflette su di
noi la sua bella e brillante luce. Nella sua chiarezza scorgiamo in
lontananza in queste Valli Valdesi, la sacra fiamma del Evangelo che Claudio
di Torino aveva ravvivato e mantenuto, che continuerà a purificare i cuori,
mentre nella pianura l’umida nebbia dell’eresia romana l’avrebbe spenta.
Claudio (3), già prima cappellano di Ludovico il Pio, durante
la vita di Carlo Magno, fu poi nominato vescovo di Torino dal primo di questi
principi, intorno all’anno 822, sotto il pontificato di Pascal I, deceduto il
13 maggio 824, amministrò la sua diocesi fino all’839, anno probabile della
sua morte. Era un predicatore eloquente e esperto nella conoscenza della
Parola di Dio, che ha esercitato un ministero attivo e fecondo per
diciassette anni e, come dimostra eloquentemente la sua attività, ha fatto
scomparire dalle basiliche tutte le immagini. Insidiato dai sostenitori
di questo culto, sconosciuto alla primitiva Chiesa, scrisse alcuni libri per
rispondere agli avversari esterni. Questi scritti si sono persi, ad
eccezione di alcuni brani che Giona di Orléans, il suo avversario, ha
conservato per noi. Sebbene incompleti e mutilati essi rimangono
una brillante testimonianza della sua dottrina predicata per diciassette
anni, negli stessi paesi in cui in seguito la troveremo professata dai Valdesi. I
passaggi che citeremo dimostreranno che Giona di Orléans non fece una gran concessione,
nell’ammettere che Claudio di Torino aveva una certa conoscenza delle Sacre
Scritture.
Lo scritto
di Claudio di Torino che Jonas d’Orléans ha conservato per noi, così come quello di Dungal
(di Bobbio), è intitolato: Risposta apologetica di Claudio vescovo, all’abbate
Teodomiro (https://fr.wikipedia.org/wiki/Th%C3%A9odemir_de_Cordoue?veaction=edit).
“Ho
ricevuto”, ha scritto, “da un certo corriere (t. orig. porteur) (4) di campagna, la tua lettera piena di chiacchiere e
sciocchezze con aggiunte in cui dichiari di essere stato disturbato, in un
certo senso, e a mia vergogna, dalla
voce che si è così diffusa dall’Italia fino a tutta la Gallia e in Spagna, che predico per
formare una nuova setta, contro la regola di fede cattolica, il che è del tutto falso; e non è una
meraviglia, se i membri di Satana parlano di me in questo modo, dal momento
che hanno definito seduttore e demone
il nostro capo. Perché non insegno una nuova setta, io che rimango
nell’unità (della Chiesa) e che proclamo la verità. Ma per quanto sia
dipeso da me, ho soffocato sette, scismi, superstizioni ed eresie, e li ho
combattuti, schiacciati, rovesciati, e
coll’aiuto di Dio, continuo a respingerli fino a quando posso. Da allora,
mio malgrado, ho assunto l’onere dell’episcopato e, inviato da pio Luigi,
figlio della santa Chiesa di Dio, sono arrivato in Italia, ho trovato a
Torino tutte le basiliche piene di sozzure da condannare e immagini, contrarie
all’ordine della verità; e con tutto ciò che si adorava, da solo li ho abbattuti,
ed è solo su di me che si sono scagliati. Ecco perché tutti hanno aperto
la bocca per calunniarmi; e se il Signore non mi avesse aiutato,
avrebbero potuto divorarmi vivo. Infatti è chiaramente detto: non ti farai alcuna
immagine di quelle cose che sono nei
cieli, né sulla terra, ecc.,
Non
pretendiamo, dicono quelli contro i quali noi difendiamo la Chiesa, che
l’immagine adorata abbia qualcosa di divino, ma la adoriamo con il rispetto
dovuto a ciò che essa rappresenta. Al che noi rispondiamo: che se le
immagini dei santi sono adorate con un culto diabolico, i miei avversari non hanno
abbandonato gli idoli, ma non hanno fatto altro che cambiare loro il
nome. Quindi se scrivi o dipingi sui muri le immagini di Pietro, Paolo,
Giove, Saturno o Mercurio, non sono né dei, né apostoli; nemmeno degli
uomini; il nome viene cambiato, ma l’errore rimane e rimane per sempre,
nel senso che hanno un’immagine di Dio privata della vita e della ragione;
invece di immagini di animali, o più esattamente, invece di pietra e di legno.
Dobbiamo
quindi considerare che, se non dobbiamo adorare né servire le opere della
mano di Dio, a maggior ragione non dobbiamo adorare né servire le opere delle
mani degli uomini, tanto meno adorarle a motivo di chi si pretende che esse rappresentino. Perché se
l’immagine che adori non è Dio, non devi in alcun modo adorarla, né
prestarti all’adorazione di santi che non prendono affatto onori divini.
Quindi
dobbiamo ricordare questo, che tutti coloro che concedono onori divini, non
solo alle immagini visibili, ma a qualsiasi creatura, sia celeste che
terrestre, spirituale o fisica, e che si aspettano la di lei salvezza che
viene da solo da Dio, sono di quelli di cui parla l’Apostolo quando dice: Hanno
servito la creatura piuttosto che il Creatore.
Perché ti
umili e ti inchini a immagini vane? Perché curvi il tuo corpo di fronte
a simulacri insensati, terrestri e schiavi? Dio ti ha creato in piedi, e
mentre gli animali si chinano verso la terra, vuole che tu alzi gli occhi al
cielo e guardi al Signore. Lì è dove devi guardare; quello devi
cercare. È lassù che dobbiamo cercare Dio, per imparare a fare a meno
della terra. Eleva il tuo cuore al cielo; perché stare nella
polvere della morte davanti ad immagini insensibile che servi? Perché darti
al diavolo per esse e con esse? Mantieni la posizione dritta in cui sei
nato; mantieniti come Dio ti ha creato.
Ma ecco
cosa dicono i disgraziati settari della falsa religione e della superstizione. È
in memoria del nostro Salvatore che serviamo, onoriamo e adoriamo la croce
dipinta o eretta in suo onore. Nulla quindi è loro gradito nel nostro
Salvatore se non ciò che è piaciuto anche ai malvagi, l’obbrobrio della sua passione e l’ignominia della sua
morte. Credono le stesse cose in cui credono i malvagi, sia ebrei che
pagani, che rifiutano la sua risurrezione e possono solo considerarlo come
torturato e nei loro cuori lo vedono sempre nell’agonia della passione, senza
pensare a cosa dice l’Apostolo, e senza capire questa parola: avevamo
conosciuto Cristo secondo la carne, ma ora non lo conosciamo più in questo
modo.
Ecco cosa
rispondere a queste persone. Che se vogliono adorare qualsiasi legno tagliato
a forma di croce, perché Cristo è stato appeso alla croce, ci sono molte
altre cose che Cristo ha fatto mentre era nella sua carne e che farebbero
meglio ad adorare.
Infatti non era rimasto appeso alla croce che per
sei ore, mentre aveva trascorso nove mesi nel grembo di una
vergine; quindi adoriamo le vergini, perché è stata una vergine che ha
dato alla luce Gesù Cristo. Adoriamo le greppie, poiché subito dopo la
nascita giaceva in una greppia. Adoriamo vecchi stracci, poiché era
fasciato di stracci. Adoriamo i battelli, poiché navigava spesso, che
insegnava alle squadre di barcaioli da bordo di una barca, che dormiva su una
barca e da una barca ordinò di gettare la rete per una pesca
miracolosa.
Adoriamo
gli asini, visto che è entrato in Gerusalemme cavalcando un
asino. Adoriamo gli agnelli, poiché è scritto di lui: ecco l’Agnello di
Dio che toglie i peccati del mondo. Ma questi perversi creatori di dogmi vogliono divorare
gli agnelli viventi e adorarli dipinti sui muri. Adoriamo i leoni,
perché di lui è scritto: ha vinto il leone di Giuda, della stirpe di Davide. –
Adoriamo le pietre, poiché, sceso dalla croce, fu posto in un sepolcro di
pietra e l’Apostolo disse di lui: Ora questa roccia era Cristo. Ma
Cristo è chiamato roccia, agnello,
leone, in senso figurato e non letterale. Adoriamo le spine dei rovi,
poiché da qui proviene la corona di spine posta sulla sua testa, al momento
della sua passione. Adoriamo le canne, poiché hanno fornito ai soldati
uno strumento per colpirlo. Infine, adoriamo le lance, dal momento che
uno dei soldati lo ha colpito con una lancia al fianco da cui è sangue e
acqua.
Questo è
tutto ridicolo; sarebbe meglio deplorarlo piuttosto che
scriverlo. Contro gli sciocchi siamo costretti a dire delle sciocchezze
e lanciare contro cuori di pietra, non i contenuti o le massime della Parola,
ma proiettili di pietra. Convertitevi, prevaricatori che vi siete sottratti
alla verità, che amate la vanità e che siete diventati inutili, che
crocifiggete di nuovo il Figlio di Dio e lo esponete all’ignominia, ed avete
reso una moltitudine di anime complici di demoni, allontanandole dal loro
Creatore, con i detestabili sacrilegi delle vostre immagini, abbattendoli e precipitandoli
in una dannazione eterna.
A queste
persone Dio chiede una cosa e ne fanno un’altra. Dio comanda di portare
la croce, non di adorarla. Questi vorrebbero adorarla e non la portano né
fisicamente, né spiritualmente. Servire
Dio in questo modo vuol è allontanarsi da lui. L’ha detto proprio Lui:
chi vuole venire dietro me, rinunci a
se stesso, prenda la sua croce e m segua, probabilmente perché chi non
rinuncia a se stesso non si avvicina a colui che è al di sopra di lui, di cui
non riesce a cogliere ciò che gli sta accadendo, a meno che prima non abbia imparato a conoscerlo.
Quanto a
ciò che mi rimproveri, il fatto che impedisco il mondo di correre in
pellegrinaggio a Roma per fare penitenza, non stai dicendo la verità. Infatti,
non approvo il viaggio, perché so che non danneggia tutti e che non è utile a
tutti; che non giova a tutti e che non è dannoso per
tutti. Innanzitutto voglio chiederti se riconosci che andando a Roma stai
facendo penitenza. Perché per tanto tempo hai condannato così tante anime,
trattenendole nel tuo monastero, ricevendole lì per far penitenza, dopo
averle obbligate a servirti, invece di inviarle a Roma? Tu pretendi di avere
centoquaranta monaci, che sono venuti tutti da te per fare penitenza, che si
sono dati al monastero e nessuno di loro ha ricevuto il permesso di
andare a Roma. Se è così, che tu hai impedito loro di andare a Roma per fare penitenza, cosa dirai
contro questa dichiarazione del Signore: Chiunque abbia messo un ostacolo a
uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che una mola fosse appesa al
collo e gettato sul fondo del mare. Non c’è scandalo più grande che impedire
a un uomo di seguire un sentiero che può portare alla felicità eterna.
Sappiamo
bene che questa frase dell’Evangelo è molto mal capita: tu sei Pietro e su
questa pietra edificherò la mia Chiesa e ti darò le chiavi del regno dei
cieli. È in virtù di queste parole del Signore che una torba ignorante,
trascurando tutta l’intelligenza spirituale, desidera andare a Roma per
ottenere la vita eterna. Chiunque capisca correttamente le chiavi del
regno dei cieli, non cerca un’intercessione locale di San
Pietro. Infatti, se esaminiamo il valore delle parole del Signore, questo
non è stato detto solo a San Pietro. Tutto ciò che legherai sulla terra sarà
legato in cielo e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà siolto in
cieli. In effetti, questo ministero appartiene a tutti i veri sorveglianti
e pastori della Chiesa, che lo esercitano mentre sono in questo
mondo; e quando hanno pagato il debito della morte, altri prendono il
loro posto e godono della stessa autorità e lo stesso potere. Tu
aggiungi anche l’esempio di David: al posto dei tuoi padri, ti sono nati dei figli
e li stabilirai principi su tutta la terra.
Ritornate,
ciechi, alla vostra luce. Ritornate a colui che illumina ogni uomo che
viene al mondo. Questa luce brilla nelle tenebre(5) e le tenebre non l’hanno capita. Per tanti
che voi siate, voi tutti, che, non vedendo o non guardando questa luce,
camminate nell’oscurità e non sapete dove state andando, perché l’oscurità ha
accecato i vostri occhi, ascoltate; sciocchi che state andando verso
Roma, cercando l’intercessione dell’Apostolo, ascoltate, tra le altre cose,
ciò che dice sant’Agostino, nel libro IX della Trinità: “vieni con me, e
considera perché amiamo l’Apostolo: è per via della sua figura umana che
conosciamo molto bene? È perché crediamo che fosse un
uomo? Certamente no, altrimenti non avremmo più nulla da amare, dal
momento che quell’uomo non esiste più; la sua anima ha lasciato il suo
corpo. Ma crediamo che ciò che amiamo in lui sia ancora vivo. Se il
fedele deve credere a Dio e a quanto promette, quanto più quando giura e
dice: Che se ci fossero nel mezzo di questa città Noè, Daniele e Giobbe,
vale a dire, se i santi che invocate fossero pieni di santità, di un merito e
una giustizia grande come la loro, non sacrificherebbero né figlio né
figlia. Ed è per questo scopo che lo dichiarò; cioè che nessuno
dovrebbe fidarsi né dei meriti, né dell’intercessione dei santi, perché se
non persevera nella fede, nella giustizia, nella verità in cui hanno
perseverato e nella quale Dio si è compiaciuto, non può essere
salvato. Quanto a voi, che cercate l’intercessione dell’Apostolo andando
a Roma, ascolta ciò che sant’Agostino, così spesso citato,
dice contro di te santità, merito e
giustizia grandi come questi, non avrebbero consegnato né figlio né
figlia. E fu con questo scopo che lo dichiarò; sapere che nessuno
dovrebbe fidarsi dei (6 ): Ascoltate questo, gente perversa, pazza come
siete; per una volta siate
avveduti: chi ha piantato l’orecchio non sentirà? Colui che ha formato
l’occhio non vedrà? Colui che punisce le nazioni, Colui che dà scienza
all’uomo, non li riprenderà?
La quinta
cosa di cui mi rimproveri, è che non ti piace che dominus Apostolicus (signor
Apostolico) si sia indignato contro me (tu parli del defunto vescovo di Roma,
Pascal), e che abbia onorato il mio incarico. Ma siccome apostolico vuol
dire, in un certo senso, il custode d’apostolo, non significa certo chiamare apostolico chi siede sulla
cattedra dell’Apostolo, ma colui che riempie le funzioni di
apostolo. Quanto a coloro che occupano questa cattedra senza adempierne i
doveri, il Signore ha detto: Gli scribi e i farisei sono seduti sul trono di
Mosè; guardate e fate quello che vi dicono – ma non fate come loro,
perché dicono e non lo fanno. “(Matth., XXIII, v. 2, 3. – Vedi
Maxima Bibliotheca, PP, t. XVI, col. 139 – 169 e seguenti).
Un’attenta
lettura di questa lettera mostra chiaramente il carattere cristiano ed eminentemente
evangelico di Claudio di Torino. Vediamo lì, che la fonte da cui trae il
suo coraggio e la sua fedeltà, è la Parola di Dio, e possiamo concludere che dall’uso
continuo che fa della Scrittura nei suoi scritti, egli l’ha molto predicata (7) e diffusa nella sua diocesi; che doveva dare
un nuovo impulso allo studio delle sacre scritture, – per sollecitare i
ministri della religione ad insegnare solo ciò che contengono e per condurre
le pecore affidate alle sue cure all’unico Pastore celeste che può pascolarli
e salvarli per sempre.
È facile
immaginare l’immensa influenza che un tale uomo ha dovuto esercitare durante
un episcopato di circa diciassette anni. E quando anche riuscissimo a
dimostrare, cosa impossibile, che il suo lavoro era isolato, senza
precedenti, senza notevoli conseguenze; se si dimostrasse che tutti i
vescovi che lo seguivano lavoravano per distruggerlo, rimarrebbe comunque il
fatto che era vero e ci rimarrebbe sempre di più la possibilità, molto più della
probabilità, che (la sua convinzione) si sarebbe perpetuata dopo di lui in
molti cuori, o almeno in qualche parte della sua vasta diocesi, nelle valli
delle Alpi valdesi, per esempio, meno esposte della pianura all’improvvisa influenza
(orig. invasione) dell’autorità dei papi.
Ma questa estrema
supposizione di un ministero insolito non è, né vera, né
sostenibile. Claudio di Torino non era un innovatore. Il suo lavoro
non è stato isolato. Tutto ciò che abbiamo riportato sulla resistenza
della Chiesa fedele lo dimostra. Fu proprio in queste stesse regioni, o una
nelle regioni limitrofe, che il Vigilante aveva trovato rifugio con i vescovi
che professavano come lui una dottrina contraria al culto di immagini e di santi,
a cerimonie su tombe, a pellegrinaggi, a digiuni, al celibato dei sacerdoti e
alla vita monastica. Non
dimentichiamo che Sereno, dall’altro lato delle Alpi, all’inizio dell’VII
secolo, aveva realizzato un’opera simile a quella di Claudio di Torino, nella
diocesi di Marsiglia; che nell’VIII secolo, molti prelati francesi si
erano opposti all’introduzione degli stessi errori e di alterazioni
dottrinali predicati da Bonifacio. Infine, abbiamo ricordato che la
maggioranza dei vescovi dei vasti stati di Carlo Magno, di cui Torino e il Piemonte
facevano parte, avevano resistito, nel consiglio di Francoforte, del 794, alle
richieste, preghiere e ordini dei legati papali, respingendo il culto di
immagini che Claudio di Torino bandì dalla sua diocesi (8).
No, l’opera
di questo devoto vescovo non era isolata. A quel tempo, la lotta contro
gli errori di Roma continuava vigorosamente in vari paesi, e se i partigiani
del culto delle immagini qualche volta avevano avuto la vittoria, poiché
sembra che l’avessero avuta durante l’episcopato del predecessore di Claudio
di Torino, fu presto rivista e contestata e spesso rimossa. Lo stesso
padre Pagi, nel suo Abrégé d’Histoire chronologique, critique, ecc., citando
Denys di Padova, dopo aver fatto alcune confessioni piuttosto curiose
sull’introduzione delle immagini(9), per presunti motivi che la giustificavano agli
occhi dei cattolici romani, riconosce: “Che non ci sono prove che questa
(introduzione) sia avvenuta ovunque, né allo stesso modo – ma che sia stata
fatta prima qui, poi là, secondo l’accoglienza e la natura delle persone, e
secondo coloro che li governavano giudicandola appropriata (expedire
judicabant).
(V. Beviarium hisiorico-chronologicum, ecc., RP PAGI, 1, da P. 521 a P.
524. – § XXII.)
Ma le
stesse parole di Claudio, nella sua lettera all’abbate Teodomiro, ci fanno
vedere con chiarezza che il vescovo di Torino ha continuato in quest’opera:
“Non insegno una nuova setta”, scrive, “Io che rimango
nell’unità e proclamo la verità. Per quanto mi è stato possibile, ho represso
sette, scismi, superstizioni ed eresie, e ho combattuto, schiacciato,
rovesciato e, aiutato da Dio per quanto
dipendesse da me, e continuo a rovesciarli”. Chi non vedrebbe che,
contrastando nella sua diocesi il culto delle immagini, Claudio di Torino ha
ritenuto di rimanere nell’unità, difendendo la verità, la verità ancora
conosciuta e ancora venerata? Chi non vedrebbe che riformando gli abusi che
si erano già introdotti, Claude di Torino ha voluto reprimere una setta,
forse invasiva, ma in fondo una setta, combattere uno scisma, impedire delle
superstizioni ed un’eresia?
Il vigore
delle espressioni che Claudio di Torino usa per designare i partigiani del
culto delle immagini e l’energia delle sue ammonizioni, ci mostrano anche un
uomo che attacca il nemico, piuttosto di difendersi, tanto si sente al sicuro
della forza della sua posizione contro quel pericolo. Lo sdegno con cui
parla delle pretese di Roma e del Papa (10), che paragona agli scribi e ai farisei seduti sul
pulpito di Mosè, non solo ci dà la misura del suo coraggio, ma anche quella
della sua forza.
Infine, per
completare la dimostrazione che l’opera di Claudio di Torino non è quella di
un innovatore isolato, senza antecedenti all’interno come all’esterno della diocesi,
è il suo pieno successo. Le immagini furono rimosse da tutte le
basiliche; è vero, con grande dispiacere di coloro che lo hanno
sottolineato, ma senza che questo atto abbia suscitato ovunque un’opposizione
seria. Sembrerebbe addirittura che, poiché si parla solo della loro
espulsione dalle basiliche, il culto delle immagini non avesse ancora invaso
le campagne, ma solo Torino, e forse le città importanti della diocesi. Ognuno
capirà che un’opera compiuta, quasi senza resistenza, in un territorio
immenso, suppone l’adesione della massa del clero e della Chiesa a
quest’opera. E, se si pensa che Claudio amministrò la sua diocesi per almeno
15 anni, ci si convincerà che il suo zelo e la sua fedeltà, assecondati da un
clero intelligente e devoto, per amore dei fedeli e deella coscienza del popolo, hanno dovuto imprimere
alla causa delle sane dottrine e della vita cristiana un movimento che non
poteva fermarsi così presto.
Potrebbe
non essere senza interesse aggiungere a quanto sopra la testimonianza di un
moderno autore piemontese: “Comunque sia”, ha detto, “questo
vescovo di Torino, uomo eloquente e ai costumi austeri, ha avuto un grande
numero di sostenitori. Questi, anatemizzati dal papa, inseguiti dai
principi secolari, furono cacciati dalla pianura e costretti a rifugiarsi
sulle montagne, dove proseguirono da allora in poi, sempre oppressi e sempre
alla ricerca di espansione. “(Memorie storiche …. del Marchese
COSTA DE BEAUREGARD, t. II, p. 50, 3 ° mem.).
.
(1) Lo stesso papa, in una seconda lettera agli stessi prelati, denuncia
anche a loro altri sacerdoti che non sono stati educati nella Chiesa, che
vengono da altrove, da paesi lontani con costumi stranieri, che prendono le
Scritture alla lettera, che predicano novità che rifiutano la penitenza ai
morenti, senza dubbio l’assoluzione. (Da Delectus Actorum Ecclesioeae
universalis, t. I, p. 181, 182.)
.
(2) Le Alpi Cozie sono a nord del Mont Viso, lo stesso in cui si
estendono le attuali valli valdesi.
.
(3) Si può conoscere Claudio in Maxima Biblioth., PP, t. XVI,
p. 139 e seguenti. Era spagnolo e non scozzese, come Claudio Clemente,
menzionato sopra.
.
(4) Questo è il significato che diamo qui a portitorem.
.
(5) Questo passaggio. ricorda molto appropriatamente il motto dello
stemma dei Valdesi e, dei loro signori: una lampada illuminata nell’oscurità
con queste parole: Lux lucet in tenebris.
.
(6) Queste parole, così spesso citate in Jonas d’Orléans, indicano che
questo scritto di Claudio non sia completo,?
.
(7) In questo, ha ottemperato alla decisione del Consiglio di Francoforte
nel 794, poiché tutti possono essere convinti delle sue azioni.
.
(8) Dobbiamo anche stare attenti al fatto che Agobard, arcivescovo di
Lione, condividesse interamente le opinioni di Claudio di Torino, suo
contemporaneo, come dimostrano i suoi scritti. (V. Maxima Bibliotheca,
PP, t. XVI, col. 241 e seguenti) 
.
(9) Ammette che “nei primi tempi del cristianesimo l’uso delle
immagini sacre non era frequente” (avrebbe dovuto dire che non era
noto); aggiunge “che il motivo. o la ragione della loro
introduzione è che abbiamo visto in loro un mezzo per edificare e diffondere
il cristianesimo, quale ragione ha dovuto adottare, poiché non c’era più da
temere la superstizione degli idoli precedentemente nascosti nel
cuori. Non una parola di difesa che la Parola di Dio contiene in questo
senso.
.
(10) Si può credere che il titolo di papa non fosse prevalso, altrimenti
Claude di Torino non avrebbe mancato di alluderlo. 
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