da Rastello Sergio | 28 Febbraio 2014 | Articoli
L’autorità
Se la parola
“rivelazione” significa che Dio ha l’iniziativa per farsi conoscere e
la parola “ispirazione” ne è il modo, la parola “autorità”
indica il risultato. Siccome la Scrittura è la rivelazione di Dio attraverso
l’ispirazione dello Spirito, essa ha autorità su di noi.
Nella
nostra epoca si detesta l’autorità. Siamo alla ricerca della libertà e
dappertutto ci dicono e ci ripetono (a torto) che ogni forma di autorità è in
contrasto con la nostra ricerca e che v’è anche incompatibilità tra autorità e
libertà. A partire dagli anni 1960 assistiamo a una forte contestazione
dell’autorità con l’apparizione del movimento di libera parola nell’Università
di California, a Berkeley, e la protesta
degli studenti che costruirono delle barricate nelle vie di Parigi. Sono
contestati quelli che detengono il potere e le istituzioni stabilite. È il
“radicale” che semplicemente rifiuta di sottomettersi all’ordine che viene dall’alto e dal passato.
Questa
rivolta contro l’autorità è accompagnata in tutto il mondo da una perdita
d’autorità nella Chiesa. Si pensi alle nostre molteplici denominazioni
protestanti tendenti ad un’indefinibile frammentazione; ai potenti monoliti delle antiche Chiese d’Oriente e d’Occidente solcate da incrinature di
rivaleggianti fazioni; alle controversie delle chiese all’interno del Consiglio Ecumenico la cui dottrina è giusta
ma nettamente insufficiente; al desolante spettacolo offerto dal piccolo
schermo che i responsabili di Chiesa offrono al pubblico, dimostrando di non sapere in che
cosa credono, e quando lo sanno appaiono in disaccordo gli uni gli altri.
Navighiamo in piena confusione teologica e siamo immersi nel caos. La causa
essenziale di questo stato è la mancanza di volontà per mettersi d’accordo. Il centro
del problema di questa situazione è l’autorità.
Teoricamente
tutti i cristiani confessano che “Gesù Cristo è Signore” (vedere per
esempio Filippesi 2:9-11), poiché dopo la risurrezione il Signore ha
solennemente affermato che ogni potere gli era stato dato “nel cielo e
sulla terra” (Matteo 28:18). Tutto il Nuovo Testamento considera come un
fatto acquisito che la Chiesa sia sottoposta all’autorità del Signore Gesù
resuscitato. Charles Lamb, saggista britannico del 19º secolo, avrebbe
dichiarato: “Se Shakespeare entrasse in questa stanza, ci alzeremo per
salutarlo rispettosamente; ma se Gesù dovesse entrare, cadremmo in ginocchio
cercando di toccare il lembo del suo vestito”.
Da
parte mia penso che faremmo molto di più che baciare la sua tunica; pronunceremmo come Tommaso la stessa confessione: “Mio Signore, mio Dio!” Se Gesù
Cristo apparisse in modo così visibile da non essere messo in dubbio da
nessuno, e se parlasse in modo talmente chiaro e udibile, non sfuggendo a
nessuno il senso delle sue parole, sarebbe logico pensare che la Chiesa lo ascolterebbe,
lo crederebbe e gli ubbidirebbe. Gesù però non si presenta in questo modo e non
è così che si rivolge alla sua Chiesa, almeno non prima del suo ritorno. Allora
sarà troppo tardi.
In
che modo dunque il Signore Gesù esercita la sua autorità e governa la sua
Chiesa oggi? A questa domanda propongo le quattro seguenti risposte.
1.
Per il cattolico romano, il Cristo
governa la sua Chiesa attraverso l’intermediario del magistero, l’autorità magistrale conferita al papa e al collegio
dei vescovi attuali, e attraverso la tradizione passata. Anche le chiese
ortodosse insistono sulla tradizione elaborata nei primi sette concili
ecumenici.
2.
Il liberale ritiene che il Cristo
diriga la sua Chiesa per mezzo della ragione e della coscienza individuale,
illuminate dallo Spirito Santo, o dal consenso di una opinione evoluta.
Talvolta aggiunge alla ragione l’esperienza, col desiderio di associare il
razionale all’emozionale; i cristiani pentecostali e carismatici conferiscono
una grande importanza all’esperienza.
3.
Per l’anglicano medio, il Cristo
governa la sua Chiesa con la “corda a tre capi”, cioè la Scrittura,
la tradizione e la ragione. In altre parole l’autorità è distribuita invece che
essere centralizzata. Questo concetto è tipico del carattere “moderatamente
ragionevole” di un anglicanesimo che evita gli estremismi e sceglie
preferibilmente la via media, una
posizione centrale. Praticamente in questo caso la corda a tre capi non
funziona. Infatti cosa succede quando le tre autorità sono in conflitto tra di
loro? Bisogna che la Scrittura abbia l’ultima parola. Nel libro Law of Ecclesiastical Polity (1593-97),
sul quale sovente fanno riferimento i dirigenti anglicani, Richard Hooker non
insegna che la Scrittura, la tradizione e la ragione detengano un uguale
autorità, perché scrive:
La Scrittura
insegna chiaramente che prima di tutto si devono ad essa fiducia e ubbidienza; dopo l’uomo può servirsi della forza
della sua ragione per trarre delle conclusioni; solo in seguito egli può
ascoltare la voce della Chiesa (libro V.8.11)
.
4.
Per l’evangelico il Cristo governa la
sua Chiesa per mezzo della scrittura. Essa è come lo scettro di Gesù Re. La
tradizione è certamente importante, perché ci fa conoscere l’insegnamento dei
primi concili e le prime confessioni di fede. Noi evangelici dovremmo nutrire
un più profondo rispetto per la tradizione, in quanto essa corrisponde al modo
in cui la Chiesa, illuminata dallo Spirito, ha interpretato la Scrittura durante
i secoli. È evidente che ogni tradizione non è la perfetta interpretazione
della Scrittura. Ma ignorandola, noi facciamo credere che lo Spirito Santo ha
cominciato ad insegnare, solo quando siamo apparsi noi nella Storia! Non dimentichiamo poi che Gesù ha subordinato la tradizione alla
Scrittura, nominando la prima “tradizione degli uomini” e la seconda
“la parola di Dio” (Marco 7:1-13). Seguiamo il suo esempio e assegniamo
un posto secondario alla tradizione, anche quella degli antichi evangelici.
La
ragione e l’esperienza occupano lo stesso importante posto nella vita, poiché
Dio ha fatto di noi delle creature dotate di ragione e di sentimenti. La
ragione però non deve giudicare la Scrittura, ma inchinarsi umilmente davanti ad essa cercando di capirla e di metterla in pratica. Riguardo all’esperienza di
un cuore ardente, è uno dei mezzi con i quali lo Spirito Santo attesta la
verità della sua Parola (Luca 24:32).
Questi
quattro gruppi (cattolici romani, liberali, anglicani e evangelici) hanno fatto
propria una particolare promessa del Cristo. Infatti il Signore ha dichiarato
che quando lo Spirito Santo, lo Spirito di verità sarà venuto “vi guiderà
in tutta la verità” (Giovanni 16:12-13). I cattolici romani applicano
questa promessa ai loro vescovi che ritengono essere i successori degli
apostoli. I liberali spiegano che lo Spirito guida l’individuo o la Chiesa
contemporanea nella verità. Frank Griswold, vescovo e presidente della Chiesa
episcopale americana, ha fatto recentemente un’impudente dichiarazione a questo
proposito. Riconosce che la Chiesa episcopale va al di la della Scrittura, giustificando quest’attitudine come fosse la “verità” con la quale lo Spirito
Santo guida la Chiesa. C. E. Bennison, vescovo di Pensilvania, va ben oltre.
“Siccome noi abbiamo scritto la Bibbia – dichiara con una certa sicurezza – noi
possiamo riscriverla”. No, non è vero che abbiamo scritto la Bibbia. Nelle
epistole del Nuovo Testamento, la Chiesa non scriveva a suo nome. Erano
gli apostoli che nel nome di Cristo si rivolgevano alla Chiesa.
(traduzione libera di Sergio
Rastello: “La foi évangélique” di J. Stott – ed. La Ligue pour la
lecture de la Bible)
La prossima volta si tratterà della promessa di Cristo secondo la quale
lo Spirito di verità ci condurrà in tutta la verità.
da Rastello Sergio | 25 Febbraio 2014 | Articoli
Due modi
di approcciare la Scrittura
La doppia paternità di
cui abbiamo parlato precedentemente esige un doppio approccio. La natura molto
particolare della Bibbia in quanto libro, ci deve indurre ad avvicinarsi ad
essa in due modi ben distinti e complementari. Siccome è la Parola di Dio, noi
non dobbiamo leggerla come gli altri libri. Dobbiamo mettersi in ginocchio
davanti ad essa con un’attitudine mentale d’umiltà, di riverenza, di preghiera
e di sottomissione. Ma poiché essa è anche la parola di uomini, dobbiamo
leggerla come un qualunque altro libro, con riflessione e con spirito critico.
Dato che noi evangelici abbiamo tendenza a trascurare questo ultimo aspetto, lo
esaminerò per primo.
L’approccio
critico della Scrittura.
Dire
semplicemente “critica biblica” per molti evangelici avrebbe un
effetto raggelante. Questa reazione può essere spiegata da due ragioni che
devono essere esorcizzate.
Sovente
la parola “critica” è mal capita. Le persone pensano che gli
avversari della Bibbia la critichino riversando sistematicamente su di essa dei
giudizi negativi o distruttivi. Il vocabolo “critica” non ha
unicamente questo significato. Così un critico letterario non è una persona che
critica la letteratura ritrovando da ridire su tutto quello che legge, ma è un
saggio che recensiona delle opere e ne giudica il valore. È la stessa cosa che
fa un critico d’arte o di teatro. Il critico biblico non è per forza uno che
cerca di screditare i documenti biblici, ma un erudito che li esamina da diverse
angolature e esprime un giudizio di valore su di essi. In questi casi la
“critica” non è sinonimo di distruzione, ma di indagine, né sinonimo
di giudizio ma di valutazione.
La
nostra diffidenza evangelica riguardo alla critica biblica è giustificata
dal fatto che le prime critiche, circa 250 anni fa, erano fatte da
intellettuali estremamente scettici; era il prodotto di ciò che è stato
chiamato “l’età della Ragione” o dell’”Illuminismo”. Questi
razionalisti adottavano un approccio incredulo nei confronti della Scrittura e
ne traevano conclusioni sistematicamente distruttive. Uno dei primi tra i più efficaci
assassini della Bibbia fu Hermann Reimarus, un deista del 18º secolo,
professore di lingue orientali ha l’Università di Amburgo (http://it.wikipedia.org/wiki/Hermann_Samuel_Reimarus).
Egli rifiutava categoricamente l’idea della rivelazione, i miracoli, la
divinità di Gesù, la sua morte espiatoria e la sua risurrezione. Attirò anche
l’attenzione, quasi con giubilo, sulle discordanze che egli credeva di aver
scoperto nei diversi racconti della risurrezione. Lui insieme ad altri hanno
conferito alla parola critica il senso peggiore.
Siccome
la “critica” non significa sistematicamente “giudizio”,
quelli che la praticano, cioè i critici biblici non sono per forza tutti
increduli. Molti di loro sono anche dei credenti molto pii e rispettosi. Per
semplificare al massimo questo argomento complicato, diciamo che esistono
quattro ambiti principali di critica biblica. Il primo è la critica testuale che ha il nobile obiettivo di
stabilire il testo autentico della Scrittura. Il secondo è la critica storica che si interessa allo studio
delle circostanze storiche nelle quali è avvenuta la composizione dei libri
biblici, e alla valutazione degli elementi storici contenuti nel testo. Terzo,
la critica letteraria esamina nello
stesso tempo le sorgenti che l’autore biblico aveva a sua disposizione e le
forme nelle quali il materiale orale fu preservato e fu accessibile. Quarto la
critica redazionale, preziosa perché
riconosce che gli autori e agli editori (redattori) biblici avevano una
motivazione teologica nei loro scritti. Se ci avvaliamo di questi utensili
critici nel nostro studio, ammettiamo le dimensioni umane (letteraria, storica
e ideologica) del testo biblico.
Nei
quattro campi della critica biblica, la domanda più importante è: con quali presupposti
la critica esamina il testo; quelli cristiani oppure non cristiani? La risposta
a questa domanda condiziona la maggior parte delle critiche. I presupposti non
cristiani più frequenti, che d’altra parte sono giunti a conclusioni
disastrose, sono i seguenti:
1.
La storia si svolge in un continuum
chiuso tra causa ed effetto, senza alcuna possibilità di intervento divino o
profetico.
2.
L’universo è un sistema autosufficiente nel quale i miracoli sono impossibili.
3.
La religione è un fenomeno umano che si è evoluto nel corso dei secoli. È parte
di un animismo primitivo che si è evoluto verso il monoteismo attraverso il
politeismo. Non c’è nessuna rivelazione.
Questi
presupposti sono totalmente estranei al cristianesimo e riflettono uno sfrenato
scetticismo, incompatibile con la fede biblica. Coloro che ne sono attratti
entrano permanentemente in conflitto con la Bibbia e una diversa visione della
storia, della cosmologia e della religione.
L’approccio
deferente alla Scrittura.
Dopo
l’approccio critico alla Scrittura, vediamo ora l’approccio rispettoso. I due
sono ben lungi dall’escludersi e dal contraddirsi, anzi si completano.
Nell’approccio precedente si passa con un pettine fine la Scrittura, mentre nel secondo si chiede
alla Scrittura di esaminarci attentamente.
Poiché
crediamo che la Scrittura è “la Parola di Dio scritta”, essa non
assomiglia a nessun altro libro. Per questo l’approcciamo diversamente da ogni
altro libro. Ci inginocchiamo, non per adorare il Libro ma perché adoriamo il
Dio della Bibbia e davanti a lui vogliamo umiliarci. Questo ci ricorda le
parole di Gesù quando dice che Dio si è volontariamente nascosto ad alcune
persone (gli orgogliosi), mentre si è rivelato ai piccoli fanciulli, cioè a
quelli che si avvicinano a lui umilmente (Matteo11:25). Così come Maria di
Betania, ci sediamo ai piedi del Maestro per ascoltare le sue parole
(Luca10:39). Oppure come ha fatto il giovane Samuele gli diciamo: “Parla, poiché
il tuo servo ascolta.” (1 Sam. 3:10). Supplichiamo lo Spirito Santo,
divino autore del libro, di esserne anche l’interprete e di illuminare la
nostra intelligenza ottenebrata. Chiediamo a Dio di infrangere i nostri sistemi
di difesa per renderci capaci di ascoltare non i rassicuranti pregiudizi
culturali, ma i tuonanti effetti della sua Parola. Per la verità temo che questa
risicata umiltà davanti al Dio vivente, faccia tragicamente difetto in numerosi
critici biblici, e anche in certi predicatori evangelici.
Se
per una giusta ed equilibrata comprensione della Scrittura occorre considerare sia
la dimensioni divina che umana, in quanto la Parola di Dio attraverso autori
umani, un corretto ed equilibrato approccio alla Scrittura esige che si tengano
strettamente unite la critica e la deferenza, con uno spirito di preghiera per
farne uno studio serio.
Per
concludere questa parte desidero evocare due esempi dell’Antico e del Nuovo
Testamento.
Quando
sulle rive del Tigri, Daniele ebbe una visione, l’essere allo stesso tempo
divino e umano che gli apparve disse: “Non temere, Daniele, poiché dal
primo giorno che ti mettesti in cuore di capire e d’umiliarti davanti al tuo
Dio, le tue parole sono state udite e io sono venuto a motivo delle tue parole”
(Da 10:12).
Così
Paolo, preoccupato che Timoteo capisca bene e segua le istruzioni che gli stava
dando, lo esorta a combinare la sua riflessione con una dipendenza dal Signore
per essere illuminato, in altre parole, ad associare lo studio e la preghiera.
” Considera quel che dico, perché il Signore ti darà intelligenza in ogni
cosa” (2 Tm 2:7).
(traduzione libera di Sergio Rastello: “La foi évangélique” di J. Stott – ed. La Ligue pour la lecture de la Bible)
da Rastello Sergio | 22 Febbraio 2014 | Articoli
L’ispirazione
(J. Stott “La foi évangélique” ed. Ligue)
(traduzione dal francese di S. Rastello)
Se la parola “rivelazione” indica che Dio ha avuto l’iniziativa di farsi conoscere, la parola “ispirazione” precisa come egli lo abbia voluto fare: con una rivelazione speciale ha parlato per mezzo di uomini ad esseri umani . In questo senso, la Bibbia è un libro unico; nessun altro gli assomiglia. Essa è la Parola di Dio attraverso la parola di uomini. Essa è oggetto di una duplice paternità letteraria: divina e umana. D’altra parte è per questo ch’essa richiede un duplice approccio, quello ripieno di rispetto perché essa è Parola di Dio, e quello critico (che spiego più avanti) perché essa è la parola di esseri umani.
La doppia paternità letteraria della Scritture
I cristiani evangelici sono attenti nell’evitare gli opposti estremismi del fondamentalismo e del liberalismo. Come ho indicato prima, il fondamentalismo (almeno quello della vecchia scuola) dichiara che la Bibbia è la Parola di Dio, ma ha la tendenza a dare agli esseri umani un ruolo passivo, come se le loro facoltà mentali fossero state cortocircuitate dall’ispirazione divina. I loro sostenitori paragonano sovente gli autori biblici a strumenti musicali o a dittafoni, a pupazzi inerti nelle mani dello Spirito e non a persone viventi. Dall’altra parte, per i liberali, la Bibbia è solo la parola di esseri umani; essa è germogliata nel loro spirito ed ha avuto il beneficio di alcuni lampi luminosi d’ispirazione divina.
Nessuna di queste due tesi è soddisfacente perché non corrisponde a quello che la Bibbia dice di se stessa. Esiste un terzo concetto chiamato “doppia paternità letteraria della Bibbia”. Questa è simultaneamente la Parola di Dio e la parola di uomini, la Parola divina comunicata attraverso parole umane. Gli esempi abbondano. Lo stesso passo presenta il Pentateuco come “la legge di Mosé” e
“la legge del Signore” (Luca 2:22-23). Geremia incomincia il suo libro parlando delle “Parole di Geremia” e poco dopo precisa: “il SIGNORE mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca.”
(1:1-9). Così leggiamo nel Nuovo Testamento che “Dio, dopo aver parlato… per mezzo dei profeti” e che “degli uomini hanno parlato da parte di Dio” (Ebrei 1:1; 2 Pietro 1:21). Si può dunque dire allo stesso tempo che “la bocca del SIGNORE ha parlato” e che egli ” ha parlato … per bocca dei suoi santi profeti” (Isaia 1:20; Atti 3:21). Da quale bocca sono usciti gli oracoli profetici? Dalla bocca divina o dalla bocca umana? L’unica risposta che conviene è: tutte e due. Dio ha parlato con la sua bocca, ma attraverso la bocca di certi uomini. Consideriamo queste due verità separatamente.
Primo, la Bibbia è la Parola di Dio. Nel paragrafo dedicato allo spirito Santo, il Simbolo di Nicea dichiara che egli ha “parlato attraverso i profeti”. Essi introducevano sistematicamente i loro oracoli dicendo che la parola dell’Eterno era stata data a loro. Gli apostoli hanno affermato la stessa verità anche se non hanno adoperato le formule gradite dai profeti.
Il passo classico che descrive l’opera dello Spirito nell’ispirazione della scrittura si trova in 2 Timoteo 3:16 “Ogni Scrittura è ispirata da Dio”. Letteralmente bisognerebbe dire: “ex-spirata” da Dio o “soffiata da Dio” (theopneustos). Notiamo bene questo: non è detto che Dio abbia ispirato gli autori per renderli capaci di trascrivere le sue parole, ne che abbia ispirato in un secondo tempo i loro scritti di modo che le parole di questi uomini diventassero parole di Dio, ma ciò che questi uomini hanno scritto era loro “soffiato” dalla stessa bocca di Dio.
(Nota: alcune versioni moderne traducono: “Ogni Scrittura ispirata è utile…” Insinuando che ogni Scrittura non è ispirata e dunque non utile.
Ma
(a) il concetto di Scrittura non ispirata sarebbe una contraddizione in sé,
e
(b) nell’originale greco l’inclusione della preposizione kai (e) indica che Paolo esprime due affermazioni. Nella prima, la
Scrittura è ispirata da Dio; nella seconda, la Scrittura è utile. Lo studio di B. B. Warfield sull’ispirazione della Scrittura non è mai superato, né rifiutato. Vedi The Ispiration and Authority of the Bible, Presbytarian and Reformed, 1951, cap. 3.). Il riferimento al soffio di Dio è in sintonia con le altre menzioni della bocca e delle parole di Dio. Quando noi parliamo, il fiato fa uscire le parole dalla vostra bocca. Certo non vogliamo scendere in un puerile letteralismo, poiché essendo Spirito, Dio non ha corpo, né bocca, né alito. Pertanto il discorso umano costituisce un modello intelligibile dell’ispirazione divina, poiché egli trasforma i pensieri del nostro spirito in parole che il soffio dei nostri polmoni fanno sgorgare dalla bocca. È in questo senso che la Scrittura può essere giustamente definita come “soffiata da Dio”.
Secondo, la Bibbia è anche parole di uomini. È vero che certi cristiani celebri hanno voluto sostituire il modello del discorso umano con altri modelli, dando così l’impressione che l’ispirazione fosse un processo meccanico nel quale gli autori umani non avevano praticamente nessun ruolo. Così Tertulliano ha dichiarato che le Scritture sono state “dettate dallo Spirito Santo”; Atenagora di Atene ha scritto che “lo Spirito Santo ha utilizzato gli autori umani come un flautista soffia nel suo strumento”; per Agostino gli autori umani erano “le penne dello Spirito Santo”, e per Calvino i suoi “amanuensi”. J. I. Packer ha comunque evidenziato che queste metafore sono state utili non per definire il meccanismo dell’ispirazione, poiché esse sarebbero state inadeguate, ma per indicare il risultato, cioè che la Scrittura è la Parola di Dio (“Fundamentalism” and the Word of God, IVF, 1959, pp. 81-82. L’autore indica i riferimenti).
La Scrittura è un fenomeno che dimostra chiaramente che durante l’ispirazione gli autori umani erano attivi e non passivi. Cercherò di dimostrarlo dalle considerazioni storiche, letterarie e teologiche.
1. La narrazione storica. Una parte importante della Bibbia, circa la metà dell’Antico e del Nuovo Testamento, è composta da racconti storici. Si tratta di una buona porzione del Pentateuco, di Giosuè, Giudici, Rut, dei due libri di Samuele, dei Re, delle Cronache, dei libri di Esdra, di Neemia e di Ester. Nel Nuovo Testamento, la parte storica comprende gli Evangeli e gli Atti. Non pensiamo che lo Spirito Santo abbia rivelato la storia in modo soprannaturale. Gli autori avevano accesso ai documenti storici dai quali
attingevano le loro informazioni che servivano ad integrare il loro testo, come per il decreto del re persiano Ciro, in Esdra capitolo 1. Luca, nella prefazione del suo evangelo, indica al lettore le sue laboriose ricerche (Luca 1:1-14). Dunque questi uomini non erano passivi. Lo Spirito Santo ispirandoli ha certamente supervisionato il loro lavoro, senza rendere inutili le loro indagini.
2. Lo stile letterario. Se l’ispirazione fosse stata un processo meccanico (testo biblico dettato dallo Spirito Santo), ci saremmo dovuti aspettare una uniformità di stile e di vocabolario. Non è così, ne siamo ben lungi. La Bibbia presenta una straordinaria diversità di generi letterari (narrazioni, testi di legge, poesie, oracoli profetici, salmi, proverbi e altre letterature sapienziali, Evangeli, lettere e apocalissi), di stili letterari (dai più raffinati fino a quelli popolari e talvolta anche triviali) e di linguaggi (ogni autore ha le sue parole e le sue espressioni preferite). Le loro caratteristiche letterarie non sono state soppresse dall’ispirazione.
3. L’insistenza teologica. Questa biblioteca di 66 libri, che noi chiamiamo Bibbia, copre uno spettro teologico molto ampio. Certi concetti teologici (notoriamente nella letteratura sapienziale) sono di tutta evidenza il frutto di una profonda riflessione. D’altronde è chiaramente detto che “l’Ecclesiaste ha… ha scrutato e messo in ordine un gran numero di sentenze [che] sono state scritte con rettitudine, e sono parole di verità” (Eccl. A2:1-12). Ecco perché noi crediamo che non sia un caso se Amos fu il profeta della giustizia di Dio, Osea quello del suo amore e Isaia quello della sua sovranità, e se nel Nuovo Testamento, Paolo fu l’apostolo della grazia e della fede, Giacomo quello delle opere, Giovanni quello dell’amore e Pietro quello della speranza. Lo Spirito Santo non ha soffocato la personalità individuale degli autori né tanto meno il loro stile letterario; al contrario ha preparato e modellato gli autori biblici (temperamento, patrimonio genetico, sfondo culturale, formazione, educazione e esperienza) in modo da poter trasmettere con ciascuno un messaggio distinto e appropriato. Così, con il dramma del matrimonio fallito di Osea, Dio ha fatto capire ad Israele il suo
costante amore fondato su un patto; e si è servito della visione globale che Luca aveva in quanto pagano e grande viaggiatore per sottolineare l’universalità dell’Evangelo.
In terzo luogo, la Bibbia è ugualmente la Parola di Dio e quella di uomini. A questo punto noi abbinare queste due paternità letterarie, quella divina e quella umana, insistendo su ambedue senza sminuire
l’altra.
Da una parte la Bibbia è la Parola di Dio. Infatti Dio ha parlato attraverso autori umani in modo tale da dire ciò che aveva l’intenzione di comunicare, senza far violenza alla personalità degli autori e ancora meno di reprimerla. Dall’altra la Bibbia è la parola
di uomini. Poiché “degli uomini hanno parlato da parte di Dio” le cui facoltà erano liberamente al suo servizio, senza peraltro alterarne o distruggerne il messaggio divino.
Dio ha espresso le sue parole attraverso le loro parole in modo che esse fossero simultaneamente le sue. Ne risulta che ciò che essi dicono è proprio quello che Dio dice.
Non abbiamo proprio il diritto di dichiarare che questa combinazione sia impossibile. Pretenderlo, come dice chiaramente James Packer, sarebbe… una falsa dottrina di Dio, e soprattutto della sua provvidenza. Una simile dichiarazione supporrebbe infatti che Dio e l’uomo avessero tra di loro una relazione tale da non consentire loro di essere ambedue liberi operatori in quella stessa azione. Se l’uomo agisce liberamente (cioè volontariamente e spontaneamente), Dio non lo potrebbe e viceversa. Le due libertà si escluderebbero a vicenda. In realtà quest’idea si avvicinerebbe di più al deismo piuttosto che al teismo cristiano (ibid).
“Il rimedio a questo errato ragionamento, prosegue Packer, si trova nell’idea biblica dell’operazione concomitante di Dio in, con e attraverso la libera azione dello spirito dell’uomo” (ibid).
Per chiarire questo concetto diversi autori antichi ed attuali, cattolici e protestanti, hanno proposto un’analogia tra la doppia paternità letteraria della Bibbia e le due nature di Cristo. Ovviamente nessuna analogia è perfetta, ed è sempre pericoloso ragionare partendo da un’analogia. In questo caso l’imperfezione dell’immagine è evidente, poiché la Bibbia non ha una divinità intrinseca come Gesù Cristo. Pertanto in Cristo come nella Scrittura, c’è una combinazione del divino e dell’umano che noi dobbiamo affermare entrambi senza negare l’una o l’altro. Dobbiamo salvaguardare ognuno dei due aspetti senza sacrificarne nessuno.
Sì, Gesù è allo stesso tempo Dio e uomo. Non dobbiamo mai sottolineare la sua divinità per adombrare la realtà della sua umanità, e non dobbiamo mai elevare la sua umanità al tal punto da sminuire la sua divinità. È anche così per la Bibbia. Allo stesso tempo ha un’origine divina e un’origine umana. Stiamo attenti a non insistere esageratamente su quella divina al punto da negare la libera azione degli autori umani, svalutando il fatto che Dio ha messo la sua parola nella loro bocca. L’affermazione “Gesù è il Figlio di Dio” è vera, ma non è che una mezza verità pericolosa, che è senza dubbio all’origine del docetismo, eresia secondo la quale Dio sarebbe apparso solo nelle sembianze umane. Ecco perché dobbiamo sollecitamente aggiungere che Gesù è anche Figlio dell’uomo.
L’affermazione “La Bibbia è la Parola di Dio” è vera, ma anch’essa non è che una pericolosa mezza verità., Essa può condurre all’eresia del fondamentalismo con cui si pretende che Dio abbia dettato in modo puramente meccanico; perciò senza indugio dobbiamo aggiungere che la Bibbia è la Parola di Dio attraverso le parole di uomini.
Essa è tanto la Parola di Dio quanto la parola di uomini perché in essa risiede la doppia origine letteraria.
da Rastello Sergio | 1 Febbraio 2014 | Articoli
Predestinazione
Su certi argomenti come questo i cristiani di tutti i
tempi hanno polemizzato e continuano a farlo, anche se oggi, la passione per la
verità si è affievolita a tal punto che non si sa più cosa è vero e cos’è
falso. G. Calvino prima di spiegare ampiamente e biblicamente il suddetto
argomento ha fatto una premessa che è un avvertimento, una vera messa in guardia da
tenere in massima considerazione. Nell’offrire ai miei interlocutori questo e
altri brani del Riformatore, desidero sottolineare la prima preoccupazione che
mi sembra aver colto nella lettura del suo pensiero: glorificare Dio prima di
tutto. Egli ha esperimentato ciò che diceva Gesù nella preghiera sacerdotale,
preghiera nella quale tutti i credenti cristiani sono inclusi, specialmente
quelli che attestano con assoluta certezza di avere la vita eterna promessa. Infatti
“questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu
hai mandato, Gesù Cristo. Gv 17:3. C’è qualcosa altro di meglio da desiderare dalla vita che ci è stata
data?
Dal libro III – Capitolo 21 – Istituzione cristiana,
di G. Calvino
L’ELEZIONE ETERNA CON CUI DIO HA PREDESTINATO GLI UNI
ALLA SALVEZZA E GLI ALTRI ALLA DANNAZIONE
Essendo necessario saperlo, osserviamo bene quanto
dice san Paolo: non si conosce
veramente ciò che è necessario per la salvezza se non
si comprende che Dio, senza
riguardo ad alcuna opera, sceglie coloro che ha
decretato in sé. “Il residuo “afferma “è
stato salvato in questo tempo secondo l’elezione
gratuita. Se è per grazia, non è più per
opere, altrimenti grazia non sarebbe più grazia. Se è
per opere non è più per grazia,
altrimenti l’opera non è più opera ” (Ro 11.5).
Se è necessario essere ricondotti all’elezione di Dio per comprendere che non
otteniamo la salvezza, se non per la
pura liberalità di Dio, coloro che tentano di indebolire questo insegnamento
oscurano, per quanto sta in loro, come degli ingrati, quel che doveva essere
celebrato e magnificato incondizionatamente, sradicando ogni umiltà. San Paolo
dichiara esplicitamente che quando la salvezza del residuo del popolo è
riferita all’elezione gratuita di Dio, allora appare chiaramente che Dio salva
secondo il suo volere quelli che gli pare; e non è per dare una ricompensa, che non può essere dovuta. Coloro
che chiudono la porta affinché non ci si possa avvicinare per assaporare un
tale insegnamento, fanno torto agli uomini e a Dio poiché nulla, all’infuori di
questo punto, basterà ad umiliarci come si conviene e a farci sperimentare
dovutamente quanto siamo debitori a Dio.
Cristo ci attesta infatti che non troviamo.
Altrove né vera certezza né fiducia. Per renderci
sicuri e liberarci dal timore, in mezzo a
tanti pericoli, imboscate ed assalti mortali, per
renderci, insomma, invincibili, promette che tutto quel che gli è stato
affidato dal Padre non perirà (Gv. 10.28). Ne dobbiamo dedurre che tutti coloro
che non si riconoscono appartenenti al popolo di Dio sono in afflizione, in quanto
si dibattono in continua ansia; e tutti coloro che non si curano dei tre vantaggi che abbiamo citato, e
vorrebbero rovesciare questa base, si preoccupano ben poco di quel che giova a
loro e a tutti i credenti.
Inoltre, è di qui che la Chiesa trae origine; essa,
come dice molto bene san Bernardo,
non potrebbe esser reperita né conosciuta in mezzo
alle creature, in quanto è nascosta in
modo ammirevole in grembo alla beata predestinazione,
e sotto la massa dell’infelice
dannazione degli uomini.
Ma prima di proseguire nella trattazione di questo
argomento, devo premettere
alcune considerazioni per due categorie di persone.
Ancorché questa discussione sulla predestinazione sia
di per se un po’ oscura, essa è
resa ancora più intricata ed incerta, anzi pericolosa,
dal fatto che la mente umana non può frenarsi né limitarsi senza perdersi in
grandi giri ed elevarsi troppo in alto, desiderosa, se le fosse possibile, di
non lasciare a Dio nulla di segreto, di inesplorato o di non esaminato.
Molti cadono in questa audacia e presunzione, anzi
parecchi che per altri aspetti non
sarebbero malvagi, li dobbiamo richiamare a come si
devono comportare su questo punto.
Anzitutto,
dunque, si ricordino che quando si informano sulla predestinazione, entrano
nel
santuario della sapienza divina, e se qualcuno vi si introduce e penetra con
troppa
confidenza e
con troppa disinvoltura, non vi troverà mai di che saziare la sua curiosità, ma
si caccia in un labirinto da dove non riuscirà ad uscire. Infatti è assurdo che
le cose le quali Dio ha voluto tener nascoste e di cui si è serbata la
conoscenza, siano impunemente valutate dagli uomini, e che la profondità della
sua sapienza, che ha voluto fosse da noi piuttosto adorata che capita (per rendersi oggetto di ammirazione in essa ) sia
assoggettata alle possibilità di indagine dell’uomo, perché questi la esplori
fin nei suoi decreti eterni. I segreti della sua volontà, che ha pensato fosse
opportuno comunicarci, ce li ha manifestati nella sua parola e ha ritenuto
opportuno farci conoscere tutto quel che ci concerne e ci giova
2. “Siamo giunti nella via della fede “dice
sant’Agostino “atteniamoci costantemente ad essa; essa ci condurrà nelle
dimore del re dei cieli, dove tutti i tesori di scienza e sapienza sono
nascosti. Infatti il Signor Gesù non rifiuta di dare una spiegazione ai suoi
discepoli, che aveva innalzato a così grande dignità, quando dice loro:
“Ho molte cose da dirvi, che non sono ancora alla vostra portata ”
(Gv. 16.12). Dobbiamo camminare, dobbiamo progredire, dobbiamo crescere,
affinché i nostri cuori siano capaci di ricevere le cose che non possiamo
ancora comprendere. Se la morte ci coglie mentre
cerchiamo di progredire, sapremo fuori da questo mondo quel che non abbiamo
potuto sapere qui “. Se prende corpo in noi il pensiero che la parola di Dio e la via unica che ci
conduce a cercare tutto quel che è lecito sapere di Dio, che è la sola
luce, che ci illumina perché vediamo quel che è lecito vedere di lui, questo
pensiero potrà trattenerci e preservarci con facilità da ogni audacia. Infatti sapremo che, se usciamo dai limiti
della Scrittura, siamo fuori strada e camminiamo nelle tenebre, e non potremo
dunque che errare, vacillare ed inciampare ad ogni passo.
Teniamo dunque presente soprattutto questo: il
desiderare altra conoscenza della
predestinazione, all’infuori di quella che ci è data
nella parola di Dio, è follia non minore
che se qualcuno volesse camminare su rocce
inaccessibili o vedere nelle tenebre.
E non
vergogniamoci di ignorare qualcosa su questo argomento, in questa materia
l’ignoranza
è più dotta del sapere.
Guardiamoci piuttosto dal desiderare una conoscenza la
cui ricerca è pazzesca e
pericolosa, anzi perfino dannosa. Se la curiosità
della nostra mente ci spinge, teniamo
sempre presente questa affermazione, per smorzarla:
“Come non fa bene mangiare molto
miele, così lo scrutare la maestà di Dio non si
volgerà a gloria dei curiosi ” (Pr 25.27).
Tratteniamoci da questa arroganza vedendo che essa non
può far altro che precipitarci in
rovina.
3. Ma altri, volendo rimediare a questo male, quasi si
sforzano di evitare ogni
riferimento alla predestinazione; per lo meno invitano
a non occuparsene, come di cosa
pericolosa.
Sebbene una tal modestia sia lodevole, il volere cioè
che ci si avvicini ai misteri di Dio
con estrema sobrietà, tuttavia questo limitarsi
eccessivamente non giova allo spirito degli uomini, poiché questi non si
lasciano imbrigliare così facilmente. Perciò, per attenerci ad un giusto
criterio, dobbiamo tornare alla parola di Dio, in cui troviamo il criterio di
un retto intendimento. La Scrittura è la scuola dello Spirito Santo, ed essa
non omette nulla di quanto è necessario e utile conoscere, così come insegna
ciò di cui è opportuno aver conoscenza. Dobbiamo dunque guardarci dall’impedire
ai credenti di informarsi su quel che la Scrittura contiene intorno alla
predestinazione, affinché non paia loro che o li vogliamo frodare del bene che
Dio ha loro comunicato, oppure che vogliamo accusare lo Spirito Santo, come se
avesse reso pubbliche le cose che era bene tacere.
Permettiamo dunque al cristiano di aprire le orecchie
e la mente a tutto l’insegnamento che gli è rivolto da parte di Dio, a
condizione che conservi sempre quella misura per cui, quando vedrà la sacra
bocca di Dio chiusa, rinunci anche ad indagare.
Ottimo criterio di sobrietà è, imparando, seguire Dio
che sta sempre dinanzi a noi; quando, al contrario, egli metterà un termine al
suo insegnamento, smettiamo di voler capire più oltre.