Non giudicare?

Si sente sempre più sovente tra la gente,  in chiesa e dai pulpiti una
frase come questa: “Non si deve giudicare” come se solo un essere supremo ne
avesse il diritto. Da dove viene questo
concetto?
Il giudizio spetta anche agli essere umani. Se non ci
fossero i giudici (che non sono degli dei) che stabiliscono chi sbaglia in base
a regole superiori ed indiscutibili vivremmo in una giungla animalesca e non
umana. Il diluvio è stato un avvertimento. È vero che in ultima istanza è Dio
che giudica e soprattutto condanna, ma intanto Egli ha dato discernimento a
tutti gli esseri umani per distinguere tra il bene e il male. Se Adamo fosse
stato più severo nel giudicare Eva forse non avrebbero peccato trasgredendo al
primo regolamento. Se Eva avesse passato al filtro le parole del diavolo
giudicandole o misurandole con le parole di Dio, avrebbe capito che se
accondiscendeva alle parole lusinghiere del serpente si sarebbe avverato ciò
che Dio le aveva predetto. Il giudizio sugli altri non prescinde da un giudizio
su se stessi, ed è sempre un giudizio. Quando il regolamento stradale indicava
agli automobilisti che uscivano da una galleria di spegnere i fari, se non lo
facevi quelli che venivano in senso inverso a volte te lo segnalavano
lampeggiando, così tu consapevole di esserti dimenticato di un dovere, li
spegnevi. I genitori giudicano i figli e li rimproverano per i loro errori, ma
non li odiano anzi vogliono loro così bene che si sentono obbligati di correggere,
fin che si può e fin tanto che ci riescono, i loro difetti. Così è a scuola e
al lavoro (almeno ai miei tempi quando esisteva ancora l’apprendistato). Ora
tutto questo sembra sorpassato, vecchio, inadeguato al progresso. Persino in
chiesa, nei sermoni si deve “per forza” essere solo positivi e non giudicare,
né criticare. C’è chi si scusa prima di fare una critica, come se essere buoni
(come il panettone Balocco a  Natale) fosse
l’unico comandamento importante e tutti gli altri fossero scaduti o cancellati. La
parola d’ordine è: bisogna solo amare. Detto, fatto? È così semplice…! Ma?
 Ricordo che già negli anni ’60 si
criticavano certe regole nelle scuole elementari, classificandole troppo
moralistiche. È vero che nella chiesa (cattolica e protestante italiane) vi
sono delle regole fini a se stesse e non sempre necessarie. Oggi però si è
buttato via con l’acqua del bagnetto anche il bambino, proprio dicendo
tout-court, non si deve giudicare. A me sembra che questo modo di parlare, e
soprattutto di agire (molte volte si parla dietro le spalle e in separata sede,
alimentando pettegolezzi non verificabili), sia semplice ipocrisia o un patto di
non belligeranza contro il male; mancanza di coraggio nel dire una verità
scomoda. Insomma un omertà che nel nostro paese conosciamo molto bene e che ha
partorito e continua a partorire ogni tipo di corruzione. Prova a dire a
qualcuno per strada che non si deve mettere in doppia fila, o che è meglio
spegnere il motore della tua macchina che è ferma da un po’ per non inquinare e
ti senti dire, lei s’impicci degli affari suoi. Prova a chiedere una fattura o
una ricevuta fiscale quando il fornitore non vuol pagare l’Iva e in questo modo
ti garantisce uno sconto, ma nello stesso tempo evade le tasse e danneggia
tutti anche te.  E questo è solo un’infima
parte di quanto la parola d’ordine: “non giudicare” abbia creato dei mostri
come l’indifferenza e la non indignazione, la rassegnazione, il così fan tutti,
ecc.
A questo punto ci si può chiedere perché? Gli psicologi
della convivenza sociale potrebbero sfornare conferenze su conferenze e numerosi libri per
giustificare questo stile di comportamento che omologa tutti gli errori ed orrori. Mentre il credente sa che
il problema è molto più semplice e tragico. Giacomo 1 ci dà questa indicazione: 22 …mettete in pratica la parola e non
ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. 23 Perché, se uno è
ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua
faccia naturale in uno specchio; 24 e quando si è guardato se ne va, e
subito dimentica com’era. 25 Ma chi guarda attentamente nella legge
perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un
ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo
operare.
Lo specchio oltre ad essere il Diodella Bibbia è anche il nostro coniuge, nostro figlio, il nonno, il compagno di lavoro,
il membro di chiesa. Ogni persona che abbiamo di fianco o davanti è nostro
specchio. Il mio giudizio dipende da quello che vedo in lui che deve prima
cambiare in me. La favola di Biancaneve e i sette nani ci ricorda che c’era una
regina che ogni giorno si guardava nello specchio che le diceva che la più bella
del reame era solo lei. Finché un giorno in quello specchio vide la figura di
Biancaneve e si irritò terribilmente fino al punto di voler morta la sua
rivale. Ecco come noi utilizziamo gli specchi della vita.
Dio nella sua grandezza e preveggenza ha dato a tutti delle
regole e delle capacità di discernimento. Nello stesso tempo, creandoci a sua
immagine, ci ha dato la libertà di scegliere, perché non ci ha creati come dei
“robot”. Il discernimento sta nell’usare bene la capacità di giudicare. Non ci ha creati senza la capacità di giudicare. Chi non lo fa, avendone la facoltà e la capacità
(quest’ultima s’impara) dà ragione al diavolo che ci vuole mantenere nello
statu quo servile e dipendente da altri e non da Dio.. Usare bene questa
capacità significa sottomettere il nostro giudizio alla verifica della Sua
volontà. Solo il credente lo può fare in questo modo: è una sua scelta. Il non
credente avrà altri criteri che sono mutabili, instabili, incerti: anche questa
è una scelta.
Per il credente il primo discernimento è quello di essere
convito che Dio esiste; visto che esiste val la pena di conoscerlo e conoscendo
Dio si conosce meglio se stessi, scriveva Calvino. Se l’uomo si sottomette a
Dio, gli ubbidisce, avrà discernimento per giudicare bene. Ad esempio Gesù
diceva che prima di vedere la pagliuzza nell’occhio del tuo prossimo, di guardare
nel tuo che c’è il trave. Non è questo saper giudicare? Oppure non vogliamo
togliere il nostro trave e allora lasciamo stare anche la pagliuzza dell’altro?
L’amore giusto è quello che impariamo da Dio che ci giudica ma non ci esclude,
è severo ma non ci emargina, avverte che siamo distanti da Lui ma non ci abbandona, ci dice che abbiamo poca memoria ma non ci dimentica. Aspetta con pazienza che comprendiamo
le sue leggi e vi ubbidiamo.Crediamo che sia come noi, ma è noi che non siamo come Lui.
Matteo18:15 “Se poi il tuo fratello ha peccato contro
di te, va’ e riprendilo fra te e lui solo. Se t’ascolta, avrai guadagnato il
tuo fratello”. Gesù non aveva detto non giudicare… stai zitto… accettalo com’è…
lascia perdere… dimentica… Il peccato contro di te, o contro gli altri, o contro Dio è ciò che inquina tutte le relazioni. Anche la
parola peccato è diventata impronunciabile, anacronistica. Il primo peccato è
quello di non riconoscere la supremazia di Dio e la disubbidienza a Lui che tu sia credente o no.
Ecco ubbidire a Dio è un’altra tappa importante per imparare
a conoscerlo meglio e di conseguenza a conoscere meglio noi stessi. Conoscendo
noi stessi possiamo anche ipotizzare di conoscere qualcosa degli altri, sia in
quello che fanno di bene che in ciò che fanno di male. È il livello di
ubbidienza che determina la conoscenza e non viceversa. Giudicare in modo giusto,
cioè come vuole il Padre celeste, non vuol dire sostituirsi a Dio, ma servirlo.  Non è facile, ma è possibile 
Chi fosse interessato continui a seguire questo nuovo blog: “scrivere imparando, imparare scrivendo” dove pubblico
pensieri fondamentalmente evangelici di Calvino e di altri autori.